Dall’incenerimento alle discariche passando per i fanghi di Magomadas

Per oltre un decennio ho calcato le scene della politica locale, provinciale e regionale e ciò che ne ho dedotto, nonostante il mio indomabile amore verso le istituzioni, è che siamo estremamente immaturi, ipocriti, menefreghisti, feudali, ignoranti, superficiali, molto attenti alla pancia e poco alla nostra salute e che la crisi ci ha spinto ad essere davvero poco lungimiranti.

Nel 1998 facevo il mio esordio in consiglio comunale a Macomer e da allora la questione dell’incenerimento dei rifiuti è stato uno degli argomenti che più ha diviso le forse politiche. Sullo spinoso tema del trattamento dei rifiuti per oltre 20 anni ho dovuto assistere a repentini cambiamenti di posizione di persone e partiti, illuminati sulla via di Damasco secondo alcuni, spinti da mutati interessi di bottega secondo altri.

Per quanto mi riguarda ho sempre cercato di assumere una posizione spendibile e nonostante non abbia sempre condiviso integralmente alcune posizioni integralistiche dei comitati spontanei che si batteva contro la costruzione del nuovo inceneritore di Tossilo, di fatto ho finito per condividerne larga parte dei contenuti, spinto anche da una politica incapace di assumere posizioni credibili. Così, mentre il Comitato premeva molto sugli effetti nocivi sulla salute e sul’ecosistema, io combattevo la mia personale battaglia cercando di spiegare come vi fossero ulteriori ragioni, oltre a quelle sanitarie, per non costruire un nuovo impianto di incenerimento a Macomer ed è per lo stesso motivo che mi sono subito interessato alla vicenda di Magomadas. Con riferimento al novo progetto di costruzione di un inceneritore sostenevo innanzitutto che, alla luce della crescita della raccolta differenziata, sarebbero mancata una quantità di rifiuti sufficiente per mantenere in vita l’impianto, con ovvie ripercussioni sui costi di smaltimento e con la prospettiva di dover andare per il mondo a caccia di rifiuti per tenere l’impianto in esercizio, una prospettiva, questa, ben lontana dalle dichiarazioni degli amministratori di allora, che propinavano la soluzione incenerimento come soluzione di breve periodo, idonea alla gestione esclusiva dei rifiuti del territorio e parlando irresponsabilmente e (aggiungo io) in malafede di progressivo spegnimento al venir meno delle esigenze indicate dal piano regionale dei rifiuti; altra questione riguardava l’incapacità, dimostrata dalla politica, di saper gestire le situazioni critiche e le informazioni all’esterno, come dimostrato nei venti anni di gestione precedente. infine vi era la questione dirimente della vocazione economica del territorio, che io ho sempre visto nella cultura, nell’ambiente e nell’enogastronomia, tutte da tradurre un una vera e propria industria, con strutture ricettive e di trasformazione in grado di produrre ricchezza endogena e occupazione (quello che scriveva il mio Prof. Sassu nelle sue dispense di Economia Politica all’Università, niente di nuovo e così rivoluzionario dunque). La presenza dell’impianto di incenerimento mal si conciliava con l’idea che volevamo dare all”esterno del territorio, soprattutto perchè il nuovo impianto nasceva di fatto e contro la volontà popolare per la raccolta di rifiuti da ogni parte della Sardegna con il pericolo (che i fatti di Magomadas confermano) del ricorso all’importazione scriteriata di rifiuti dalla penisola. sullo sfondo una politica con la p minuscola che non ha mai svolto la propria insostituibile funzione di controllo, lasciando che le cose venissero gestite da pochi, muovendosi a tentoni e, soprattutto, muovendosi secondo precise indicazioni di persone e partiti per logiche che nulla ricollegabili al c,d, bene comune.

La questione che questi giorni ha scosso i social e l’opinione pubblica sarda, cioè il versamento autorizzato nelle campagne di Magomadas di fanghi provenienti dalla penisola, non è molto dissimile da ciò che da sempre ho sostenuto sull’argomento incenerimento e gestione dei rifiuti. La vicenda è stata sollevata dall’ex Presidente della Regione Mauro Pili e ripresa ampiamente su tutta la stampa nazionale.

Sull’argomento si è espresso molto chiaramente il mio amico e sardista Mario Carboni, che su questi temi mostra sempre una lucidità fuori dal comune ed ha una visione di lungo respiro capace che viene da lontano e guarda ben oltre l’orizzonte della contemporaneità.. Per comprendere la situazione dell’impianto di Magomadas Mario Carboni parte da una data, quella del 24 aprile 2001, quando il Consiglio regionale all’articolo 6 comma 19 della legge finanziaria del 2001 aveva vietato il trasporto, stoccaggio, conferimento, trattamento o smaltimento nel territorio della Sardegna di rifiuti comunque classificabili d’origine extra regionale, vietando implicitamente a potentissime lobby affaristiche l’importazione dei fumi d’acciaieria e sanitari che da tempo e scandalosamente avveniva senza regola alcuna”.
“Sempre una lobby trasversale composta da consiglieri regionali, amministratori locali, imprenditori e sindacalisti – continua Mario carboni – nel silenzio tombale delle cosiddette associazioni ambientaliste continentali e sbagliando gravemente, qualcuno inconsapevolmente o in perfetta buona fede per conservare posti di lavoro nel Sulcis, fece causa comune con la Glencore, multinazionale svizzera proprietaria della Portovesme srl, che nel ciclo piombo-zinco aumentava a dismisura l’impiego dei cosiddetti fumi d’acciaieria inizialmente previsto ed autorizzato per produrre una piccola parte dello zinco rispetto ala produzione totale.”.
“La legge finanziaria 2001 veniva ancora e in gran velocità modificata dal Consiglio regionale con la legge n°8 del 19 giugno 2001 che con il comma di deroga 19bis stabiliva che il divieto non andasse applicato “ ai rifiuti d’origine extra-regionale da utilizzare esclusivamente come materie prime nei processi produttivi degli impianti industriali ubicati in Sardegna e già operanti alla data d’approvazione della legge regionale, non finalizzata al trattamento ed allo smaltimento dei rifiuti”. La norma era cucita addosso, come un abito sartoriale alla Portovesme srl che producendo zinco poteva quindi continuare ad importare rifiuti tossico nocivi, chiamandoli materie prime, mentre continuava a penalizzare la lobby dei rifiuti sanitari che operava in stabilimenti finalizzati esclusivamente al trattamento e smaltimento dei rifiuti”.
I fumi d’acciaieria mischiati ad altri inquinanti conservavano la loro natura tossico-nociva anche come scorie risultanti dopo essere stati trattati nel forno WAELZ.
Le cosiddette scorie WAELZ mantenevano la caratteristica di rifiuti carichi di tantissimi veleni mortali ed invalidanti fra i quali primeggiano il piombo, l’arsenico, il vanadio, il berillio, il mercurio, il rame e cobalto e una vasta varietà di metalli pesanti, perché dopo aver la loro parte di zinco venivano avviati, come ancora avviene attualmente,indiscriminatamente e senza nessuna inertizzazione alle discariche e non certamente a quelle di tipo 2B per rifiuti tossico nocivi come previsto dalla legge.
La legge finanziaria 2001 originaria aveva messo in crisi con quel divieto tanti loschi e viscidi interessi internazionali e locali.
Non solo quelli legati ai rifiuti della metallurgia ma anche quelli di altre tipologie e spediti in Sardegna da tutta Europa ed in particolare i rifiuti d’origine sanitaria.
Sempre la lobby dei rifiuti in Consiglio regionale approvava con la legge regionale 24 gennaio 2003 numero 3 un ulteriore emendamento all’articolo già emendato per permettere l’arrivo dei fumi d’acciaieria che recitava : “ fino al 31 dicembre 2002 le disposizioni di cui all’articolo 19 non si applicano ai rifiuti sanitari d’origine extraregionale destinati all’incenerimento in impianti ubicati in Sardegna”.
La disposizione (veniva) giustificata dai presentatori come deroga temporanea per l’adeguamento degli impianti di incenerimento già in funzione per “ adattarsi al divieto totale d’importazione dei rifiuti” e “ per realizzare produzioni energetiche alternative” svelava che rifiuti d’origine sanitaria provenienti dall’esterno dell’isola venivano bruciati in gran quantità negli inceneritori sardi tanto da essere stati messi in crisi dalla loro improvvisa mancanza.
Il provvedimento oltre a consentirne ancora l’importazione come nel passato, prefigurava che come per i fumi d’acciaieria anche i rifiuti sanitari altri tipi di rifiuti si sarebbero potuti importate in Sardegna col trucco di destinarli a successive lavorazioni industriali come materia prima. Oggi lo scandalo di Magomadas ci svela che anche i fanghi di fogna continentali se diventati materia prima in un impianto industriale di produzione più o meno simbolico sembrerebbe di fertilizzanti ubicato in Sardegna possono arrivare nell’Isola “ incontaminata e “ identitaria” semplicemente mascherati con una produzione di fertilizzanti”.

“Una cosa è certa – continua Mario Carboni – qualunque sia la lavorazione rimangono sempre quantità notevoli di inquinanti contenenti sostanze tossiche e/o nocive e/o persistenti e/o bioaccumulabili, in concentrazioni dannose per il terreno, per le colture per gli animali, per l’uomo e per l’ambiente in generale; che devono andare in discarica, non più nei luoghi di origine, ma in Sardegna. Questo è il trucco colonialista e autocolonizzante per disfarsi di veleni e mandarli nella Sardigna ( vedi cosa significa nella lingua italiana )”.

Abbraccio in pieno la visione di Mario Carboni. Io non metto in dubbio le dichiarazioni del Sindaco di Magomadas sulla legalità delle autorizzazioni rilasciate al fine dello svolgimento delle attività di trattamento, ma contesto tutte le premesse e le leggi che consentono di superare la regola che il Consiglio regionale della Regione Autonoma della Sardegna si era data nell’anno 2001 vietando
il trasporto, stoccaggio, conferimento, trattamento o smaltimento nel territorio della Sardegna di rifiuti comunque classificabili d’origine extra regionale. Ci sono scelte che sono politiche, di principio, che servono per difendere la salute, ma anche l’immagine della nostra isola nel mondo.

Una regione come la Sardegna, in perenne ritardo proprio sul fronte della promozione del turismo culturale ed enogastronomico, non può permettersi il lusso di offuscare la propria immagine con pezzi di economia in contrasto con la propria vocazione storica, senza considerare gli evenuali ostacoli del domani nella destinazione di specifiche porzioni di territorio alle produzioni di biologiche e di elevate qualità, il vero futuro sul quale deve puntare l’imprenditoria sarda. Dopo decenni di investimenti evidentemente evidentemente deficitari non siamo ancora riusciti a spiegare al mondo non solo chi siamo, quale sia la nostra straordinaria e ultramillenaria storia, ma nemmeno dove ci troviamo nella cartina geografica, Non vorremmo che in futuro ci dovessero scoprire proprio per qualche negativa vicenda ambientale che invece vogliamo prevenire, in ogni modo, con tutte le nostre forze, con l’amore che il mio carissimo amico Pinuccio Sciola aveva per la Madre Terra della Sardegna.

Restando in tema i rifiuti penso di non essere il solo a pensare che anche sulle discariche autorizzatissime per i rifiuti urbani (vedi Monte Muradu in territorio di Macomer) e sulla loro gestione per anni abbiamo assistito ad un palleggiamento di responsabilità e soprattutto a gestioni sistematicamente in deroga in nome dell’emergenza

Respingo fermamente il tentativo di taluni di ridurre le posizioni come la mia a superate visioni retrograde contro la modernità e lo sviluppo economico. La salute dei cittadini, la tutela dell’ambiente e la nostra immagine nel mondo non può essere barattata per l’elemosina di qualche posto di lavoro. Magomadas e Macomer devono essere noti nel mondo per i vini ed id i prodotti caseari, per il mare incontaminato ed i nuraghi, non per essere centri nazionali di trattamento dei rifiuti,

Riporto, in chiusura, il testo di un comunicato ufficiale diramato dall’azienda GECO che gestisce l’impianto di Magomadas, che in parte ci conforta, ma che non sposta di molto il mio giudizio complessivo sulla vicenda, che non è basato sulla liceità e legalità dell’attività, ma sull’opportunità che questo tipo di attività abbia spazio in Sardegna.

Siamo la Geco.
Sino ad oggi abbiamo ritenuto più utile lavorare che creare una nostra sezione di Public Relations, di esperti di manipolazione video o di addetti stampa.
Abbiamo sede a Magomadas, un piccolo paese della Sardegna. Siamo un’impresa creata dallo sforzo e dall’intelligenza di persone nate e cresciute qui, che vivono qui e vogliono prosperare qui.
Non abbiamo né giornalisti né politici a nostra disposizione.
Soli contro tutta questa tormenta mediatica montata da professionisti della comunicazione.
Eppure abbiamo il nostro coraggio, la nostra dignità e la forza di chi sa di avere la ragione dalla propria parte.

Da veri sardi, siamo profondamente offesi e indignati dall’accostamento a organizzazioni mafiose o criminali che purtroppo da parte di molti ci è stato gratuitamente attribuito.
Per questo oggi permetteteci di dire la nostra spiegandovi la realtà dei fatti.
Qui non c’è nulla da nascondere.
È vero, sotto il profilo estetico nel nostro impianto c’è ancora tanto da fare e migliorare, ed è senz’altro ciò che faremo.
Gli ingenti investimenti posti in campo, certamente non provenienti da finanziamenti pubblici e nemmeno dalla finanza bancaria, ma bensì da mezzi propri, ci hanno obbligati ad avere come primo obiettivo la messa in esercizio dell’impianto nel pieno rispetto di tutto quanto è previsto dalla normativa, trascurando nostro malgrado gli aspetti estetici.
Se l’Onorevole Mauro Pili avesse avuto l’onestà di chiedere di entrare da noi, avremmo avuto tutto il piacere di mostrargli questa impresa all’avanguardia e chiarirgli ogni dubbio.

Purtroppo ha preferito fare altrimenti, proveremo quindi noi a raccontarvi della nostra attività.
Partiamo dal merito della questione.
Per iniziare:

1) Qui non ci sono né SCORIE né RIFIUTI PERICOLOSI

2) Seguiamo la logica: davvero pensate che un’azienda di questa portata si possa costruire dall’oggi al domani? Senza anni e anni di studi, di pratiche burocratiche, di estenuanti iter autorizzativi? E vi assicuriamo che la burocrazia in questo campo è tanta. Pensate davvero che una giovane azienda come la nostra, creata da persone che vivono in un paese di poche centinaia di anime in un posto sperduto, abbia tutto il potere che ci è stato attribuito? Pensate davvero che un’impresa del genere possa aver “comprato” le autorizzazioni necessarie, corrompendo come tanti hanno sostenuto TUTTE le istituzioni preposte, compresi corpi di Polizia, Guardia Forestale, Carabinieri, NOE (Nucleo Operativo Ecologico) e chi più ne ha più ne metta? Pensate davvero che camion con rifiuti illeciti possano girare allegramente ed imbarcarsi sui traghetti senza controlli e senza i prescritti documenti? Pensate davvero che se ci fossero rifiuti illegali, questi si seppellirebbero alla luce del giorno nel totale silenzio delle Istituzioni e delle Forze dell’Ordine? Sapete cosa facciamo nel nostro impianto?
Nessuno ce lo ha mai chiesto.

3) Noi non smaltiamo rifiuti. Noi li RECUPERIAMO: solo ed esclusivamente fanghi di depuratori, totalmente inoffensivi. Sapete che fino a poco tempo fa la normativa prevedeva che potessero essere sversati direttamente in agricoltura? Sapete che in Sardegna lo si fa ancora oggi? Fortunatamente la normativa di riferimento sta diventando sempre più stringente, prevedendo che diventi obbligatorio il trattamento e il recupero dei fanghi prima di un loro qualsiasi utilizzo.

4) Ecco che a questo punto interviene l’idea imprenditoriale di Geco. Fare un impianto all’avanguardia, tra i primi in Italia, che attraverso un processo industriale recupera i fanghi, trasformandoli in un ammendante compostato misto, che altro non è che un concime utilissimo all’agricoltura, che si sostituisce ai fertilizzanti chimici. Il tutto con analisi chimiche rigorose e controllate da vari laboratori di analisi.

Senza musica da thriller non sembra più così pericoloso, vero?

Eh sì, perché se l’Onorevole Mauro Pili ci avesse riferito delle sue paure, lo avremmo certamente invitato ad entrare all’interno dell’impianto, gli avremmo mostrato carte, documenti, analisi, e quant’altro necessario al fine di fugare ogni dubbio in merito. Non avremmo avuto nessuna difficoltà a fargli visitare l’impianto. La Geco ha già ricevuto nei mesi scorsi un numero –forse eccessivo- di controlli: Polizia, Carabinieri, Forestale, Provincia, etc. Certo, forse non hanno l’autorità dei laureati all’università della vita su Facebook, ma per il momento, poiché siamo -ancora- in uno stato di diritto, sono gli enti preposti che stabiliscono se un’attività ha diritto di esistere o no. E tutti i controlli hanno dato gli stessi risultati: GECO ESISTE ED È IN REGOLA.
Ovviamente sempre di concime si tratta, e non è profumato, come qualunque allevatore o agricoltore ben sa. Non a caso questa attività si svolge in una ZONA INDUSTRIALE, che come dice il nome a questo serve, a fare INDUSTRIA.

La Geco fin dalle prime fasi di progettazione dell’impianto ha sempre avuto a cuore l’obiettivo di limitare il più possibile qualsiasi disagio, installando di propria iniziativa un modernissimo abbattitore di odori, per quanto non previsto dalla normativa. Non vi dovete meravigliare che gli operai indossino maschere, perché qui, a differenza di altre imprese, le norme sulla sicurezza vengono rispettate rigorosamente. Veniteli a guardare in faccia questi ragazzi a cui è stato detto di tutto senza che avessero diritto di difendersi. Venite a parlare con noi. Chi vive in Planargia sa chi siamo, conosce le nostre famiglie, sa che siamo persone oneste che mai avvelenerebbero la terra dove vivono. Qual è la nostra colpa? Non essere emigrati quando potevamo vivere con molti meno grattacapi e forse guadagnando di più? Vivere dignitosamente e senza lussi del nostro lavoro? Non dipendere dall’assistenzialismo e dall’elemosina del politico di turno? Essere assunti in regola e con i contributi pagati?

Se uno è abbastanza pazzo da fare impresa in Sardegna, vincere tutti gli ostacoli burocratici e non schiattare nel tentativo e ha tutte le carte in regola, può sperare nello stato di diritto o deve sottostare alle angherie e ai capricci delle chiacchiere da bar? Caro Onorevole Pili, noi crediamo che il dovere di ogni sardo sia lottare per la propria famiglia, per i propri amici, per la propria terra. Oggi noi lo stiamo facendo. A testa alta e senza avere paura del confronto, per questo la nostra porta è sempre aperta agli organi di comunicazione, agli organismi di controllo (com’è ovvio) e a tutte le persone in buona fede. Ma non tollereremo altre calunnie o diffamazioni, giacché non si può rovinare la reputazione delle persone così alla leggera. Procederemo pertanto alla tutela del nostro buon nome, com’è naturale