L’Europa dei dilettanti e degli egoisti

Il mio professore di Economia Politica Prof. Antonio Sassu quaranta anni fa scrisse un articolo sul fallimento delle politiche industriali nel centro Sardegna. Quell’articolo, lucido e approfondito, mi appassionò, ma è a distanza di tanti anni che fa emergere il suo lato tristemente più utile alla mia analisi.

La verità sull’economia è che anche questo mondo, al pari di tanti altri, è pieno di egoismi e dilettantismi, anche se talvolta è difficile distinguerli perché l’ignoranza va spesso a braccetto con l’egoismo. In un economia globalizzata come l’attuale la povertà degli altri non è mai un fattore di crescita e sviluppo, anzi. Oggi l’economia occidentale si regge fondamentalmente sulla capacità delle economie emergenti di creare progresso e sviluppo (Cina e India su tutte) e questo conferma più che mai che le politiche protezionistiche alla lunga sono perdenti. Tutti siamo abituati a pensare che il protezionismo in economia faccia il paio con una politica daziaria tesa a contrastare le importazioni di beni da paesi terzi, ma in un’economia come l’attuale il protezionismo è ben altro e può essere attuato attraverso politiche monetarie, quelle che l’Europa oggi persegue a vantaggio di pochi.

L’attuale politica economica europea è totalmente figlia di una filosofia dannosa ed egoista e quindi da dilettanti allo sbaraglio. Si è preteso di costruire l’Europa senza costruire uno Stato europeo per l’egoismo di alcuni paesi europei ed è questo l’elemento dirimente che ne sta decretando il conseguente fallimento. Uno Stato ha una propria moneta ed un proprio bilancio in comune con un proprio debito. L’Unione Europea ha una propria moneta, proprie leggi e regolamenti, un parlamento fantoccio e un bilancio che somiglia più a quello di un’associazione di scacchi che a quello di uno stato che ambisca a costruire gli Stati Uniti d’Europa.

Ciò che è sempre mancato all’Europa per divenire un soggetto credibile è un bilancio comune capace di attuare politiche di sviluppo e di investimento attraverso gli strumenti che oggi sono invece lasciati ai singoli membri, come i titoli di stato, che la stessa Europa avrebbe dovuto doverosamente promuovere con l’emissioni di specifici titoli europei che sarebbero stati automaticamente svincolati dai pericoli di speculazione dei mercati finanziari. Una ricetta facile facile, questa, che avrebbe garantito una presenza ben diversa delle istituzioni europee tra i cittadini dei singoli stati membri. Invece l’egoismo ed il dilettantismo l’hanno fatta da padroni.

Le lezioni del mio Professore di Economia Politica ci raccontano di un mondo di esperti di economia e di una politica incapaci per decenni di tradurre le analisi in proposte e le proposte in atti concreti e questa è a lezione più grande che ci deve spingere ad osare, guardare più i là avendo il coraggio, di fronte all’assenza delle istituzioni, di assumerci responsabilità individuali rispetto ad argomenti che sono fondamentali per il futuro nostro e dei nostri figli.

La mia posizione e proposta, oggi, è quella di portare a compimento il mio ragionamento rifiutando la politica del galleggiamento perenne che fa trent’anni ci ha condannato a vivere sotto tutela con incrementi di PIL che non si vedono nemmeno nel cosiddetto terzo mondo e mettere l’Europa ad un bivio scegliendo tra creare uno gli Stati Uniti d’Europa con tutte le conseguenze che questo avrebbe in materia di condivisione dei rischi finanziari e di messa in opera di concrete politiche di investimento a favore dei cittadini europei oppure implodere mettendo in conto l’uscita di paesi come l’Italia, che a questo punto a mio parere non avrebbe nulla da perdere ad uscire, ma solo a guadagnarne.

Chiudo con la segnalazione di un vulnus ai principi generali di economia e quindi di politica economica praticato ampiamente dall’Europa negli ultimi anni. I principi generali dicono che, fatta l’analisi economica, si proceda ad elaborare il relativo piano di sviluppo, che ha come obiettivo, ovviamente, la promozione della crescita economica. I numeri del piano economico (PIL atteso, investimenti, spese correnti, entrate, indebitamento) dovrebbero pertanto essere la sua diretta conseguenza. Oggi, insensatamente, questi parametri sono dati dall’Europa, che è puntuale a porre limiti alla spesa, ma inesistente sul fronte di un proprio piano europeo di investimenti. Quando il ministro del TEsoro della Repubblica Italiana (Andreatta) e la Banca d’Italia (Ciampi) quaranta anni fa rinunciarono alla sovranità di bilancio italiana forse non pensavano ad un tale epilogo, ma la realtà è sotto gli occhi di tutti: esiste una perfetta coincidenza temporale tra debito pubblico e perdita della sovranità sul bilancio, che di fatto risale al 1981, costringendo la Repubblica Italiana a ricorrere all’indebitamento esterno nell’emissione dei titoli di stato e perdendo la facoltà di decidere i tassi di interesse dei titoli perdendo anche la caratteristica della stessa Banca d’Italia di essere prestatore di ultima istanza.

Tutte queste mie riflessioni assumono una rilevanza ancora più dirompente se pensiamo al momento che viviamo: nemmeno il coronavirus è riuscito a scalfire l’egoismo ed il dilettantismo delle politiche economiche italiane ed europee ed è per questo che ritengo urgente per l’Italia una seria riflessione sulla permanenza nelle istituzioni europee. Ci hanno ricattato e terrorizzato con questa storia dell’Europa e del’euro, prevedendo sfaceli in caso di nostra uscita, ma forse non abbiamo davvero la misura né di quanto ancora ci costerà la nostra appartenenza all’UE né di quante utili alleanze ci possano esserci fuori dall’UE.