Rame, ambra e stagno tra la Scandinavia e la Sardegna nuragica, di Serena Sabatini e Kristian Kristiansen

Preambolo di Valeria Putzu (da una segnalazione di Giorgio Valdes sulla pagina Nurnet – La rete dei nuraghi


È appena uscita su academia.edu la pubblicazione di un articolo degli atti della convegno internazionale di Orroli dell’anno 2021 dal titolo “Contatti e scambi fra la Sardegna, l’Italia continentale e l’Europa Nord.Occidentale nell’ Età del Bronzo (XVIII-XI Sec. A.C.): la “Via del rame”, la “Via dell’ambra”, la “Via dello stagno”. Alcuni di questi temi erano stati commentati dopo la diretta del convegno, ma vederli scritti nero su bianco, si potrebbe dire che è uno schiaffo a una certa corrente dell’archeologia sarda.
Si tratta dell’articolo di Serena Sabatini e Kristian Kristiansen dal titolo “The missing link: Re-theorising the role of Sardiniain a global political economy between the Mediterranean and Atlantic Europe” in cui si spiega che il governo Svedese sta finanziando un programa quadriennale (dovrebbe concludersi nel 2025) per indagare il ruolo della Sardegna nel comercio dei metalli tra la Scandinavia, l’Europa Atlantica e il Mediterraneo nell’età del Bronzo. E per fortuna che lo indagano gli Svedesi, perché se stessimo ad aspettare che certi studi li facciano qui (a parte alcuni lodevoli esempi citati nel lavoro come le ricerche delle Prof. Depalmas e Lo Schiavo o dell’archeologa Giusi Gradoli), saremmo ancora a berci la favoletta dei Micenei che facevano sosta in Sardegna nei loro viaggi per accaparrarsi lo stagno della Penisola Iberica (stagno peraltro lasciato tutto in Sardegna, perché a Micene all’epoca usavano rame arsenicato). Favoletta a cui evidentemente non credono Sabatini e Kristiansen, che al contrario ipotizzano un controllo sardo su parte del traffico dello stagno nel Mediterraneo Orientale. Fortunamamente all’estero studiano la Sardegna, dato che, se non fosse stato per le ricerche di Robert Tykot non sapremmo nulla della diffusione dell’ossidiana del Monte Arci. Inoltre se non fosse stato per le analisi metallurgiche effettuate all’estero, non avremmo la conferma dell’origine sarda di reperti sparsi per tutto il Mediterraneo e l’Atlantico fino ad arrivare appunto alla Scandinavia e continueremmo con il dogma dei sardi che avevano paura del mare. Ben vengano quindi queste nuove ricerche, sperando che non siano avversate da chi avrebbe dovuto promuoverle in Sardegna e invece ha dedicato soldi pubblici alle filippiche contro i Fantaarcheologi che osavano affermare che i sardi navigavano e commerciavano lo stagno del Nord Europa.
Il collegamento mancante: riteorizzando il ruolo della Sardegna in un’economia politica globale tra il Mediterraneo e l’Europa Atlantica.


L’articolo di Serena Sabatini e Kristian Kristiansen

Pubblicazione degli atti della convegno internazionale di Orroli dell’anno 2021 dal titolo “Contatti e scambi fra la Sardegna, l’Italia continentale e l’Europa Nord.Occidentale nell’ Età del Bronzo (XVIII-XI Sec. A.C.): la “Via del rame”, la “Via dell’ambra”, la “Via dello stagno


Questo studio presenta il progetto “The missing link” (il collegamento mancante) un progetto finanziato dal Consiglio per le ricerche Svedese, che si svolgerà tra il 2021 e il 2025. Lo scopo del progetto è indagare il ruolo della Sardegna nel commercio dei metalli tra la Scandinavia, l’Europa Atlantica e il Mediterraneo durante l’Età del Bronzo. Crescenti prove di metalli di origine sarda in reperti provenienti da diverse parti d’Europa suggeriscono nuove idee sulle reti marittime e il ruolo dell’Occidente Mediterraneo quale zona di produzione di metalli. In consequenza: qual era il ruolo della Sardegna in tali reti marittime? E come si sviluppava la produzione e lo scambio di metalli tra l’Europa Atlantica e il Mediterraneo? La Sardegna ha dato ampie testimonianze di insediamenti e di una complessa organizzazione sociale durante l’Età del Bronzo. Allo stesso tempo e nonostante ben note difficoltà nella determinazione cronologica dei rinvenimenti, le statuine di bronzo e i modelli di navi suggeriscono, tra l’altro, sia conoscenze nautiche sia una determinata cultura marziale. È stato svolto un lavoro importante per quanto riguarda la diffusione delle ceramiche sarde. Molti studi hanno anche evidenziato la probabile presenza di metalli di origine sarda per tutto il continente; comunque abbiamo bisogno di sostenere tali prove con una documentazione più sistematica e scientifica sulla distrubizione dei reperti e dei metalli di origine Sarda per tutto il Mediterraneo e oltre, accoppiandola con una rinnovata attenzione verso i campi isotopici delle varie miniere Sarde. Questo invita ad un approccio interdisciplinare. Lo scopo del progetto è applicare gli isotopi del piombo e le analisi chimiche dei reperti metallici e delle miniere e allo stesso tempo sviluppare ricerche per dare luce alle prove della mineria del rame sarda. Infine vogliamo dare una posizione alla Sardegna nelle più ampie reti commerciali Europee e Mediterranee durante la seconda Metà del II Millennio A.C. Reputiamo che gli attori sardi possano aver giocato un ruolo cruciale nelle più ampie economie politiche del Mediterraneo e della costa Atlantica verso la fine dell’Età del Bronzo.
Introduzione.
La scoperta relativamente recente di rame Iberico e Sardo in reperti Scandinavi dell’Età del Bronzo (Ling et al. 2014; 2019; Melheim et al. 2018) è stato un risultato inatteso, che ha messo in crisi pensieri anteriori sugli scambi a lunga distanza nell’Età del Bronzo attraverso il continente e il ruolo del Mediterraneo Occidentale come una regione di produzione dei metalli (per es. Ling, Koch 2018; e Berger et al. 2022). Per quanto siano necessari ulteriori studi, sembra che l’Irlanda e l’Inghilterra importassero sempre di più rame Iberico e forse sardo durante il XIV Sec. A.C. quando calò la produzione in alcune importanti aree minerarie locali come Great Orme (Williams 2019). Dal XIV Sec. in poi, il rame usato nel Nord Europa viene generalmente da giacimenti sulfiti continentali con bassi livelli di impurità (Ling et al 2019), come quelli delle Alpi Occidentali Italiane, Iberia e Sardegna (Ling et al. 2014; 2019; Radivojevic et al 2019).
La Sardegna è un isola ricca di minerali (per es. Kassanidou 2006), ampliamente sfruttata durante il I Millennio A.C. così come al tempo dei Romani (De Caro 2017; Davies 1935; Eshel et al. 2019; Terpstra 2021). Il fatto che metalli di probabile origine Sarda circolassero già durante l’Età del Bronzo attraverso il Mediterraneo, è conosciuto da tempo e variamente dibattuto (Stos-Gale, Gale 1994; 2010 e più recentemente Yahalom-Mack et al. 2022); studi recenti hanno svelato la presenza di metalli con una firma isotopica tipicamente sarda in varie parti d’Europa (Berger et al. 2022; Ling et al. 2014, 2019; Melheim et al. 2018; Molloy 2019). Probabilmente a causa dello sfruttamento successivo dei depositi locali, mancano ancora prove definitive della miniere dell’Età del Bronzo (vedi anche il contributo di Zofia Anna Stos-Gale in questo volume). Ipotizziamo che le varie regioni del bacino del Mediterraneo con le loro diverse risorse e organizzazione politico economica, dovrebbero essere considerate come parte di una sorta di economia politica in interconnessione, in cui i vari componenti erano allo stesso tempo sia alleati sia rivali. Sembra anche che, verso la fine dell’Età del Bronzo, un numero di fattori,compreso forse un aumento della rivalità, avesse portato l’Occidente Mediterraneo all’attenzione diretta e all’interesse commerciale delle economie politiche Atlantiche, ricche di metalli.


Nonostante le ben note difficoltà nella determinazione cronologica dei rinvenimenti, le statuine di bronzo e i modelli di navi suggeriscono, tra l’altro, una sviluppata cultura marziale e, dato ancora più interessante, la conoscenza della mobilità marittima (Depalmas et al. 2015; Lo Schiavo 2012; Matta, Vandkilde 2021; Vandkilde et al. 2021). Importanti lavori hanno indagato la diffusione della ceramica Sarda fuori dall’isola, rivelandone la presenza nell’intero Mediterraneo Centrale e Orientale (Gradoli et al. 2012; Lo Schiavo, Campus 2013; Sabatini, Lo Sciavo 2020). Ciò nonostante, tentativi di portare l’isola nei discorsi internazionali sull’economia dell’Età del Bronzo e i commerci dei metalli a lunga distanza (Lo Schiavo, Campus 2013; Lo Schiavo et al. 2009; più recentemente Sabatini, Lo Schiavo 2020; Lo Schiavo 2020 e anche Iacono et al. 2021) sono stati a volte minimizzati (Russel, Knapp 2017; Knapp et al. 2012). Quindi vogliamo riteorizzare e ricalibrare l’impatto dei metalli della Sardegna Nuragica in una prospettiva continentale più ampia. Applicando un approccio multi-livello agli studi minerari, alle trasformazioni tecnologiche e alle economie navali nella Sardegna Nuragica, il lavoro cerca di portare una nuova luce sulle principali forze motrici che stanno dietro i modelli di scambio emergente tra il Mediterraneo, l’Europa Atlantica e la Scandinavia durante la tarda Età del Bronzo.
Domande e problemi della ricerca.
Gli scopi del progetto sono i seguenti:

  • Rivedere vecchi e nuovi dati archeologici e archeometallurgici per cercare di disegnare le rotte degli scambi marittimi da e per la Sardegna
  • Creare un quadro preciso del campo isotopico e geochimico dei minerali sardi per essere in grado di identificare con maggiore sicurezza il metallo di origine sarda.
  • Effettuare rilievi sul campo per individuare tracce ancora sconosciute di antiche attività minerarie in Sardegna.
  • Utilizzando quadri teorici appropriati, affrontare l’accesso alle modalità di produzione marittime e alle tecnologie metallurgiche come mezzo per controllare lo sfruttamento delle risorse e i modelli di consumo
    Rrivaluteremo in seguito vecchie e nuove testimonianze nel campo dell’archeometallurgia, in particolare dello stagno, e, sulla base di queste, ri-teorizzeremo il ruolo della Sardegna nelle economie marittime del Mediterraneo occidentale e dell’Europa atlantica durante la tarda età del bronzo.
    Prima di cominciare la nostra impresa, sottolineremo brevemente alcuni problemi di ricerca legati alla sovrapposizione delle firme degli isotopi di piombo (LI) nel Mediterraneo occidentale che speriamo di risolvere durante il periodo del progetto. Finora sono stati pubblicati 400 dati LI da circa 20 miniere di rame, piombo e argento in Sardegna. Confrontando i dati LI attualmente disponibili delle aree minerarie sarde con quelli del Trentino-Bolzano nelle Alpi italiane e della Valle del Guadalquivir nel sud della Spagna, possiamo osservare che hanno rapporti LI simili e in parte si sovrappongono ai minerali della Sardegna. Quando vengono tracciati uno accanto all’altro, sembra che i rapporti Pb 208/Pb 206 dei minerali e scorie della regione di Trentino/Bolzano possano essere attualmente distinti dai minerali Sardi. Comunque i rapporti LI dei minerali del Sud della Spagna non sono così facili da distinguere da alcuni dei minerali Sardi (Fig. 1).Come discusso da Zofia Stos-Gale (questo volume) ci sono anche circa 300 analisi di isotopi del Piombo pubblicate che includono reperti, lingotti oxhide, altri lingotti e rottami metallici e reperti in piombo. Questi dati sembrano confermare che sia minerali locali che stranieri erano usati dalle comunità Nuragiche della Sardegna. In particolare, sono i frammenti di lingotto (e non i lingotti oxhide) e i reperti della Sardegna che sembrano avere maggiori analogie con i rapporti di isotopi del piombo dei minerali Sardi. Resta di cruciale importanza poter chiarire definitivamente la firma LI dei minerali sardi e poter stabilire più sicuramente se il materiale è di origine Sarda o Iberica.
    La Sardegna e il problema dello stagno.
    La recente scoperta di ceramica da tavola Nuragica a Cipro (Bürge, Fischer 2020; Gradoli et al 2020; Sabatini et al. 2020; Sabatini, Lo Schiavo 2020) rappresenta una benvenuta aggiunta a un corpus di materiali già noti di origine Sarda fuori dall’isola (Per es. Iacono et al 2021; Lo Schiavo, Campus 2013; Sabatini, Lo Schiavo 2020). Nel complesso questi reperti portano una nuova prospettiva sulla possibilità che quelle che potremmo chiamare le imprese marittime Sarde avessero assurto – fino a un livello che la presente ricerca vorrebbe investigare e definire – ad un ruolo per il momento ancora sottostimato nel congiungere regioni lontane e sistema di scambi di più ampio respiro. I ricchi minerali e le risorse indigene Sardi e la posizione geografica strategica dell’isola certamente contribuivano; comunque, è stato recentemente suggerito che il coinvolgimento della Sardegna negli scambi di metalli e nei commerci a lunga distanza possa essere stato in gran parte determinato dall’importanza dello stagno nella produzione del bronzo (Sabatini, Lo Schiavo 2020; Pierce 2021). Lo stagno è una risorsa rara e fondamentale. A Cipro l’accesso/controllo sulla fornitura di stagno probabilmente giocava un ruolo fondamentale non solo nella metallurgia, ma anche per l’istituzione e la legittimazione stessa delle élites locali dell’età del bronzo (Kassianidou 2003, 2006). Il risultato di recenti studi suggerisce che lo stagno usato nel Mediterraneo “povero di stagno” potesse venire dall’Europa Atlantica “ricca di stagno” (per es. Bürger et al. 2029, 2022). Le produzioni metallurgiche Sarde facevano un abbondante uso di stagno durante tutte l’Età del Bronzo (per es. Giumlia-Mair, Lo Schiavo 2003), per quanto nessuna delle risorse di stagno locali documentate potesse essere stata sfruttata durante l’Età del Bronzo (Kassianidou 2006; Valera et al. 2005).
    Quindi sembra ragionevole supporre che i metallurghi nuragici avessero in qualche modo un accesso privilegiato alla fornitura di stagno, più probabilmente dall’Europa Occidentale. La nostra ipotesi fondamentale è che la Sardegna Nuragica potesse aver acquistato stagno per i propri bisogni, e allo stesso tempo avesse il controllo di almeno una parte della distribuzione dello stagno ad altre società Mediterranee più a oriente. Questo potrebbe portare una luce completamente nuova sulla presenza consistente in Sardegna di elementi di cultura materiale stranieri come l’ambra del Balitco (Bellintani et al. 2012), la ceramica Micenea (Jones et al. 2014), la sconcertante presenza in oltre 40 località di lingotti oxhide e frammenti di lingotti oxhide fatti principalmente di rame Cipriota (La Schiavo 2018, Sabatini 2016a) o quella del metallo proveniente da giacimenti esteri (per es. Gale 2006; kassianidou 2006; Montero Ruis et al. 2017). Invero, il corpus di prove esistenti per il commercio necessiterebbe una spiegazione convincente, facendo caso al fatto che la Sardegna era non solo una regione di produzione, consumo e esportazione dei metalli (per es. Begemann et al. 2001; Gale 2006; Stos-Gale 2006), ma anche controllava i flussi est-ovest della fornitura di stagno nel Mediterraneo (Sabatini, Lo Schiavo 2020). Le ricche evidenze archeologiche dell’Isola dall’Età del Bronzo mostrano un insieme insolito di monumenti e reperti (ad esempio, Cossu et al. 2018), che finora sono stati spiegati solo mediante dinamiche interne. Riteniamo che una rivalutazione della singolarità del record preistorico della Sardegna debba essere collocata nel contesto del commercio internazionale di metalli.
    Il commercio e il consumo di metalli nel Vicino Oriente/Anatolia rispetto all’Europa temperata.
    Per capire l’importanza economica e l’indice di grandezza del commercio dei metalli nell’Età del Bronzo sarebbe utile cominciare con uno schema in scala nel Vicino oriente e in Anatolia. Le economie Europee dell’Età del Bronzo, per quanto (a detta degli studiosi) ancora prive di inseriamenti urbani, cominciarono a uguagliare in scala quelle del Vicino Oriente. Qui le popolazioni urbane stavano già promuovendo un’economia commerciale basata sul commercio a lunga distanza di merci, dai tessuti di lana pregiata al rame e allo stagno (ad esempio, Michel 2014). Dalla città ittita di Kanesh in Anatolia abbiamo la prova più dettagliata dell’entità di tale commercio per 30 anni poco dopo il 1900 a.C. sulla base degli archivi mercantili conservati (Barjamovic 2018; Larsen 2015): 110 tonnellate di stagno, pari a 4 tonnellate all’anno , fornendo 40 tonnellate di attrezzi in bronzo all’anno. Sembra che lo stagno arrivasse ad Assur da “est”, probabilmente dall’Asia Centrale (Erol 2019). Tessuti di vario tipo e qualità erano un export fondamentale da Assur all’Anatolia (Michel 2014). Il commercio interno di rame, comunque, era anch’esso sostanziale. Una grande operazione menziona 24 tonnellate di rame che furono scambiate per lana e questa fu commerciata con l’argento (Larsen 2015), la moneta corrente dei vecchi commercianti Assiri, che avrebbero restituito parte di quel capitale agli affari familiari nella città madre di Assur per permettere nuovi investimenti. Le singole famiglie di Kanesh avevano utensili in bronzo dai calderoni agli utensili da cucina nell’ordine di 50-75 kg. Kanesh aveva una popolazione stimata di circa 27.000 abitanti, forse 1000 o più probabilmente 2000 famiglie. Se facciamo un calcolo prudente, 1000 famiglie significano 50 tonnellate di bronzo in circolazione. Sommando le città-stato ci ritroviamo con enormi richieste annuali di bronzo in tutto il Vicino Oriente.
    Apprendiamo, inoltre, dagli archivi mercantili a Kanesh come fossero organizzate le carovane commerciali. Tipicamente, venivano messe insieme carovane di 500 asini ciascuna, che necessitavano di 8000 litri di acqua e 1500 kg di cibo al giorno. Un intero sistema di locande si occupava dell’alimentazione degli animali e degli uomini lungo i 1100 km di percorso, lungo i quali si spostavano regolarmente le carovane.
    I servizi erano pagati in metallo. Guardie e posti di guardia erano disposti sui ponti e lungo le strade per sicurezza. Le società lungo le rotte venivano così trasformate. Possiamo immaginare un sistema simile in atto in Europa, dato che la domanda per carovane a lunga distanza e il loro supporto non erano molto differentii. Ciò che cambiava era piuttosto l’organizzazione economica dei commerci, dove il Vicino Oriente per il 1900 A.C. aveva già raggiunto un livello maturo comparabile all’Europa pre-moderna del 1500. Per esempio un sistema postale portava lettere tra Assur e Kanesh e probabilmente molte città stato nel Vicino Oriente. Un sistema bancario con prestiti, contratti, agenti e così via, sviluppato tra le famiglie mercanti, che solo a Kanesh ammontava a 40 compagnie familiari.
    Tali commerci altamente organizzati significavano che la conoscenza su posti lontani era estesa e che ciò in qualche modo era parte della professione del mercante (Barjamovic 2011). Significa anche che gli accordi politici con i governanti delle città stato, che assicuravano i monopoli commerciali, erano tranquilli. I commercianti rappresentavano una classe sociale ed economica specifica e si stabilivano in un quartiere specifico della città di Kanesh. Molti elementi suggeriscono che un simile sistema era in corso in tutto il Vicino Oriente (Monroe 2009). Quindi, nell’affrontare l’organizzazione dei commerci nelle economie politiche decentralizzate dell’Europa, ci sono ancora aspetti del commercio del Vicino Oriente e dell’Anatolia che dovrebbero essere considerati, in primo luogo per il bisogno di alleanze politiche in modo da assicurare la protezione e il cibo lungo le rotte, così come per il bisogno di organizzare carovane regolari, sia in caso di viaggi marittimi quanto terrestri.
    Gli agenti marittimi nella tarda Età del Bronzo in Europa: ri-teorizzando il ruolo della Sardegna.
    I volumi del commercio sono decisivi per capire le motivazioni economiche e l’orgainzzazione dei commerci. Per la Danimarca, è stato possibile calcolare i volumi dell’importazione annuale di rame e tessuti, basati sul numero di fattorie in Danimarca e la dimensione delle famiglie (Kristiansen, Sørensen 2019; Kristiansen 2022). Per il periodo in questione, le importazioni annuali di rame dovrebbero essere state dell’ordine di 1-2 tonnellate, e importazione di grandi pezzi di tessuto dell’ordine di 4-5000 pezzi. Se queste figure della Danimarca sono sommate a scala Europea, stiamo probabilmente parlando di più di 1000 tonnellate di rame che doveva essere distribuito anualmente per tutta Europa. In aggiunta, si può immaginare che altri prodotti fossero commerciati insieme ai metalli e ai tessuti, e.g. sale, uomini e animali.
    Queste figure, per le quantità annuali di rame e tessuti importati, hanno ovvie implicazioni sull’organizzazione del commercio. Così diventa sempre più chiaro che viaggi regolari e sicuri per scopi commerciali lungo reti di sentieri interconnessi dell’ampiezza di varie centinaia di chilometri sarebbero stati impossibili senza l’esistenza di comandi ampi o confederazioni di comandi che assicurassero un passaggio sicuro, amicizia/ospitalità per la sistemazione notturna e una gamma di altri servizi necessari. Lunghe confederazioni lineari sono tipiche delle società nomadiche e marittime che caratterizzano anche le società dell’Età del Bronzo (Gibson 2011; Ling et sl. 2018).
    Dovremmo quindi ipotizzare quantità persino maggiori commerciate anualmente nel Mediterraneo durante l’Età del Bronzo. I vettori del commercio sono notoramente difficili da definire archeologicamente: tuttavia è stato fatto un tentativo di modellare il commercio e le istituzioni legate al commercio e ai viaggi nell’Europa Centrale e Settentrionale (Fig. 3). Tali modelli con alcune modifiche potrebbero essere utilmente impiegati anche per il Mediterraneo Occidentale, per quanto la specifica organizzazione di ogni vettore del commercio e dei viaggi non abbia ancora ricevuto importante attenzione (Sabatini, Lo Schiavo 2020; Iacono et al. 2012).
    L’ospitalità, o in modo particolare l’amicizia ospitale, è ben conosciuta da successive fonti Indo-Europee (Karl 2005, 281-2, 371-2) e rappresentava una relazione di grande valore tra gli strati di comando, a volte più di altre forme di parentela. Potrebbe essere stata trasmessa, attraverso le generazioni,nelle stesse famiglie. Nell’antica Grecia era chiamata xenia ed era considerata sacra, essendo stata instituita dagli dei (Kaul 2022). Kaul indica che la xenia era vista come un’obbligo morale e religioso di ospitalità, assicurando cibo e alloggio ai viaggiatori. La xenia era stata istituita dagli dei, essendo Zeus il protettore dei viaggiatori, e quelli che non obbedivano alle regole dell’amicizia ospitale avrebbero meritato, secondo le leggi divine, una punizione divina. Così, l’istituzione dell’amicizia ospitale avrebbe legato insieme per molte generazioni una confederazione politica (Fig. 2). Questo spiega anche la distribuzione dei beni di prestigio tra i membri “xenia” di queste élites politiche, dato che le loro relazioni erano, tra le altre cose, tenute in vita attraverso lo scambio di doni. Tra i doni di alta categria potremmo indicare bestiame, oggetti finiti di metallo e persone sia per alleanze matrimoniali che per lavoro non libero (Morris 1986). Suggeriamo che gli oggetti esportati dall’Est Mediterraneo e Cipro potrebbero essere stati in gran parte il risultato di tali amicizie ospitali collegate ad alleanze commerciali.
    Questa forma di ospitalità e generosità implicava unnumero tanto alto di risorse che queste potevano solo essere fornite tra le élites di alto livello; eessa, perciò, costituiva un ingrediente vitale nelle loro strategie politiche, che includeva anche clienti di gruppi dipndenti che potevano fornire un flusso constante di lavoro umano e e di provvigioni di cibo nella forma di tributi (Kristiansen 2013; fig. 13.1 e 13.6; Nakassis et al. 2016). I guerrieri e i commercianti sarebbero stati i tipici gruppi a godere dei frutti di tale ospitalità, e la distribuzione internazionale di spade da guerra durante il nostro periodo, che attraversa gruppi regionali culturali, è una testimonianza di questa istituzione (per es. Kristiansen, Suchowska-Ducke 2015). Ciò supporta anche la nozione che questi gruppi condividevano una posizione più indipendente nella società e potevano viaggiare più liberamente tra i diversi regni (Oka, Kusimba 2008, 357-8). Ciò è supportato da un numero di casi di studio sullo stronzio, sia dalla Danimarca che dal Nord Italia (Cavazzuti et al. 2019; Frei et al. 2019a) e ricchi corredi tombali con beni importati dall’estero, che testimoniano collegamenti a lunga distanza (Kristiansen, Larsson 2005). I viaggi e le esplorazioni fornivano possibilità inestimabili per l’acquisizione di nuovo conoscenze e tecnologie, aspetti che vogliamo esplorare nel corso del progetto Missing Link. Tali conoscenze avevano anche il potenziale di dare origine a nuove narrative o al sorgere di eroi, come rivelato nell’epica (Miller 2000; Lane Fox 2008), ma anche nella cultura materiale (Anderson 2018) o nelle manifestazioni figurative come le incisioni su Roccia dell’età del Bronzo Scandinava, o l’arte figurativa in bronzo dell’Età del Ferro, per suggerire alcuni esempi.

  • Commercio dei metalli, mobilità e modi di produzone marittima.
    Negli ultimi anni gli studi sulla popolazione genomica e la mobilità individuale hanno raggiunto notevoli risultati; comunque esistono limitazioni per quanto riguarda la possibilità di svelare la mobilità della gente nel Mediterraneo con particolare riferimento alla Sardegna durante l’Età del Bronzo (per es. Lazaridis et al. 2017; Marcus et al. 2020; Matisoo-Smith et al. 2017; olivieri et al. 2017). È difficile prevedere fino a che punto l’intenso commercio marittimo a lunga distanza implicherebbe mescolanza genetica e quindi visibilità negli studi genomici. Per quanto importante e rivelatrici, le analisi agli isotipi di stronzio potrebbe anche servire a uno scopo limitato per argomentare sul commercio a lunga distanza. I valori degli isotopi di Stronzio registrati nei resti umani rivelano la mobilità quando non corrispondono al livello di stronzio biodisponibile nel paesaggio regionale in cui sono stati deposti. In mancanza di unghie o capelli, che indicherebbero i valori assorbiti nell’ultimissima parte della vita, i denti o le ossa petree normalmente analizzati preservano la firma di stronzio dell’ambiente nel quale gli individui hanno passato la loro infanzia ed eventualmente la loro giovinezza (Harving et al. 2014; Montgomery 2010). Così, senza importare quanto sia stata intensa, la mobilità di un individuo adulto, che è sepolto nello stesso posto in cui è cresciuto, non sarebbe visibile negli studi dello stronzio. In ogni caso, anche la mobilità degli individui sepolti in regioni lontane dal loro posto di origine, ma che mostrano gli stessi livelli di stronzio biodisponibili, non sarebbero rintracciabili. E ancora si possono portare avanti alcune importanti conclusioni (lo studio di Marcus et al.(2020) che mostra che non ci sono prove di apporti genetici stranieri in Sardegna fino all’Età del Ferro, supporterebbe l’idea che i naviganti Sardi fossero “gli agenti/vettori”, e che non ci siano stati influssi significativi di commercianti o navigatori stranieri che abbiano portato DNA straniero nell’isola.
    In una modalità di produzione marittima, è probabile che principalmente categorie specializzate di individui intraprendano viaggi a lunga distanza (ad esempio, Earle et al. 2015; Ling et al. 2018). Sosteniamo che, nel caso di una navigazione marittima di successo gestita da individui specializzati che ritornano regolarmente nei porti di origine, la mobilità e i modelli di scambio possano essere meglio svelati dai reperti archeologici e archeometallurgici, mentre le analisi bio e geochimiche dei resti umani fornirebbero dati complementari.
    Il focus del Progetto “the missing link” è quindi duplice: da una parte, cerca di indagare la metallurgia e il commercio dei metalli per mezzo di studi archeologici e archeometallurgici. Dall’altra, usando come struttura di riferimento teorie antropologiche che sostengono l’importanza del canale istituzionale per gli scambi a lunga distanza (Earle 2017; Earle et al. 2015; Kristiansen 2018a; Rowland, Ling 2013; Ling et al. 2018) si tenta di sviluppare un approccio innovativo teorico all’interno della struttura dei modi di produzione marittimi che permetterà di contestualizzare e capire il ruolo sottovalutato di attori intermedi o secondari nello sviluppo degli scambi a lunga distanza (Kristiansen 2018b). Tale approccio fornisce anche un intrigante sfondo teorico per capire il cambio di interesse verso diverse regioni marcate dalla comparsa di nuove culture materiali durante l’avvicendarsi dei periodi dell’Età del Bronzo. Infine, consente di affrontare le questioni del trasferimento di conoscenza e il ruolo della tecnologia rispetto all’ascesa e al declino di attori specifici nel commercio internazionale dei metalli. Studi sugli isotopi di piombo su oggetti in bronzo del nord Europa (Ling et al. 2014, 2019; Melheim et al. 2018; Radivojević et al. 2019) hanno dimostrato, tra l’altro, che le società scandinave dell’età del bronzo non utilizzavano in misura consistente le risorse di rame disponibili localmente. Una probabile ragione potrebbe essere la mancanza di una tecnologia adeguata per sfruttare i minerali locali. La produzione, la distribuzione e il consumo dei metalli devono essere stati un’impresa dinamica, come dimostrato dall’interessante cambiamento nell’attività mineraria nelle miniere Britanniche di Great Orme (Williams, Le Carlier de Veslund 2019). Non solo si sono verificati marcati spostamenti nelle forniture di rame, forse in risposta a processi di cambiamenti culturali e politici, ma anche il trasferimento/l’accesso al know-how tecnologico deve aver avuto un ruolo fondamentale. L’importanza dell’equilibrio politico ed economico tra la domanda di beni sfusi specifici come il rame e lo stagno e la capacità di controllarne la produzione e la distribuzione avrebbero dovuto essere un fattore chiave davvero importante durante l’Età del Bronzo (Earle et al. 2015).erena Sabatini e Kristian Kristiansen