Putin non é il problema, ma la sua manifestazione. Dove andtà la Russia. Di Marco Settaccioli

Di Marco Settaccioli

Ogni volta che la Russia entra in crisi sistemica, l’Occidente commette lo stesso errore. Quello di confondere il crollo dello Stato con la trasformazione della società. È accaduto nel 1917, quando la fine dell’Impero zarista non produsse una Russia democratica ma un esperimento totalitario ancora più espansivo. È accaduto nel 1991, quando la dissoluzione dell’URSS fu letta come “fine della storia”, salvo scoprire che sotto le macerie del comunismo non c’era una società civile pronta alla libertà, ma un vuoto identitario presto riempito dal revanscismo imperiale.

Oggi, mentre la guerra contro l’Ucraina consuma risorse, capitale umano e legittimità del potere russo, torna una domanda che in molti evitano per scaramanzia: che cosa farà il mondo del popolo russo, quando (non “se”) la Russia collasserà di nuovo?

Non è necessario indulgere nel wishful thinking per riconoscere che il sistema russo mostra crepe strutturali. La guerra ha accelerato dinamiche già presenti: dipendenza estrema dall’economia di guerra, deindustrializzazione mascherata da autarchia, fuga di cervelli, crollo demografico, militarizzazione della società come surrogato di consenso, repressione totale dello spazio pubblico. Il potere è sempre più personalistico, la successione opaca, le élite tenute insieme non da un progetto ma dalla paura.

Sono segnali che ricordano da vicino la fase terminale dell’URSS. Non tanto per l’imminenza cronologica del collasso, quanto per la rigidità del sistema, incapace di riformarsi senza autodistruggersi. Quando un regime può sopravvivere solo radicalizzandosi, il problema non è se cadrà, ma come e cosa lascerà dietro di sé.

Qui entra in gioco un nodo più profondo, su cui numerosi studiosi hanno insistito. Da Richard Pipes a Martin Malia, da Orlando Figes a Timothy Snyder, passando per Aleksandr Etkind e Marlene Laruelle, tutti i grandi storici e studiosi concordano sul fatto che la Russia storicamente fatica a concepirsi come Stato-nazione. La sua identità politica non nasce dal patto civico, ma dall’espansione territoriale. Quando smette di crescere, implode.

Non è un caso che Putin, nel suo saggio del 2021 sull’“unità storica” di russi e ucraini, non parli mai di cittadinanza, diritti o confini legittimi, ma solo di spazio, destino e subordinazione. È la prosecuzione di una tradizione che attraversa zarismo, bolscevismo e putinismo: cambiano i simboli, resta l’idea che senza impero la Russia non sia nulla, o peggio, non sia legittima.

Il breve esperimento di libertà degli anni ’90 lo dimostra in modo brutale. Le libertà civili furono percepite non come strumenti di emancipazione, ma come caos. Il pluralismo come umiliazione. La responsabilità individuale come abbandono. In assenza di istituzioni solide e di una memoria democratica, la libertà venne associata alla miseria, mentre l’autoritarismo tornò a essere sinonimo di ordine.

Spesso si invoca la Germania post-hitleriana come modello: denazificazione, rieducazione civica, integrazione europea. Ma il paragone regge solo fino a un certo punto. La Germania fu sconfitta militarmente, occupata, divisa, privata della capacità di raccontarsi come vittima. L’ideologia nazista venne delegittimata in modo totale e irrevocabile, anche grazie alla scoperta pubblica e innegabile dei suoi crimini.

La Russia, al contrario, ha sempre evitato una vera resa dei conti con il proprio passato. Lo stalinismo non è mai stato davvero processato, l’impero sovietico viene rimpianto, la Seconda guerra mondiale è diventata una religione civile che giustifica tutto. Nella retorica putiniana la guerra in Ucraina ne è in fondo una sorta di riedizione, al punto di rendere giustificabile ogni efferatezza. Senza una sconfitta chiara, senza una rottura simbolica, il mito imperiale russo sopravvive a ogni regime.

Pensare di “rieducare” la Russia senza smantellare questo mito equivale a ristrutturare una casa lasciando intatte le fondamenta marce.

La domanda scomoda, ma inevitabile è dunque se sia possibile una “civilizzazione” del popolo russo. E nell’aprire questa riflessione bisogna evitare sia il razzismo culturale sia l’ingenuità liberal. Non esiste alcuna predisposizione genetica all’autoritarismo, ma esistono tradizioni politiche, traumi storici non elaborati e narrazioni collettive tossiche che, se non affrontate, si riproducono.

Una Russia post-collasso potrebbe imboccare due strade. La prima è quella già vista: vittimismo, revanscismo, ricerca del nuovo uomo forte che prometta di “rialzare la testa”. In questo caso, l’Occidente comprerebbe forse vent’anni di tregua, prima che l’orso – ferito ma non addomesticato – esca di nuovo dal letargo.

La seconda strada è più difficile e richiede condizioni drastiche: perdita irreversibile dello status imperiale, decentralizzazione reale, apertura degli archivi, fine del culto della guerra, smilitarizzazione dell’identità nazionale, integrazione condizionata e non gratuita nel sistema internazionale. In altre parole: non solo un cambio di regime, ma un cambio di paradigma.

Il nodo, alla fine, è semplice e inquietante: il problema non è solo Putin, ma ciò che viene dopo Putin. Se il mondo continuerà a trattare la Russia come una potenza “naturalmente” destinata a essere imperiale, continuerà a produrre mostri. Se invece accetterà che una Russia post-imperiale sarà più piccola, più frustrata e inizialmente più instabile, ma potenzialmente meno pericolosa, allora forse il ciclo potrà spezzarsi.

Non è certo una promessa di pace eterna. Ma è una scommessa sulla storia. L’alternativa è continuare a illuderci che ogni collasso russo sia l’ultimo, salvo scoprire, puntualmente, che l’orso non è mai stato curato: solo sedato. E prima o poi, si sa, si sveglia.