Fonti letterarie e fonti dirette nello studio del periodo nuragico, di Gigi (Luigi Amedeo) Sanna
(di Gigi Sanna)
Lo studio del periodo nuragico si trova in una condizione peculiare rispetto ad altre civiltà mediterranee: la quasi totale assenza di fonti letterarie coeve costringe gli studiosi a fondare la ricostruzione storica su fonti materiali, cioè su reperti archeologici, epigrafici e numismatici. Questa situazione, lungi dall’essere un limite, rappresenta un’opportunità metodologica: permette di distinguere con chiarezza ciò che è dato da ciò che è interpretazione.
1. Le fonti letterarie: utili ma tardive e indirette
Le fonti letterarie che menzionano la Sardegna nuragica — da Omero a Pausania, da Diodoro a Tito Livio — appartengono tutte a epoche molto posteriori rispetto ai fatti che descrivono. Sono testi:
non coevi, spesso distanti secoli dagli eventi;
ideologicamente orientati, perché rispondono a esigenze politiche, morali o etnografiche;
non verificabili, poiché non accompagnati da documentazione materiale;
generalizzanti, perché inseriscono la Sardegna in schemi narrativi greci o romani.
Per questo motivo, la storiografia moderna considera tali testi fonti secondarie, utili per
comprendere la percezione antica dell’isola, ma non per ricostruire in modo diretto la sua storia protostorica.
2. Le fonti dirette: reperti epigrafici e numismatici
In assenza di testi letterari indigeni, la ricostruzione del mondo nuragico si fonda su fonti dirette, cioè su oggetti che portano informazioni non mediate:
iscrizioni su pietra, ceramica, bronzo;
segni alfabetici o ideografici;
simboli cultuali;
monetazione.
La numismatica, in particolare, rappresenta una fonte di eccezionale valore perché:
è coeva o quasi coeva agli eventi;
è ufficiale, poiché emessa da un’autorità politica;
è riproducibile, quindi verificabile da qualunque studioso;
contiene nomi, simboli, titoli, cioè dati storici immediati.
Il caso della monetazione attribuita ad Amsicora è emblematico: essa costituisce una prova diretta dell’esistenza di un’autorità politica locale, indipendentemente dal racconto di Tito Livio, che è molto più tardo e letterario.
3. Il principio metodologico: prima la pietra, poi il racconto
La distinzione tra fonti letterarie e fonti dirette non è un dettaglio tecnico, ma un principio epistemologico. Nello studio del periodo nuragico — come in qualunque epoca priva di testi coevi — vale la regola fondamentale dell’epigrafia:
La storia si ricostruisce a partire da ciò che è inciso, non da ciò che è narrato.
4. Implicazioni per la ricerca nuragica
L’uso rigoroso delle fonti dirette ha conseguenze decisive:
restituisce autonomia alla civiltà nuragica, sottraendola alle narrazioni greco‑romane;
permette di identificare sistemi grafici, simbolici e cultuali propri;
consente di riconoscere contatti mediterranei documentati, non ipotizzati;
valorizza reperti come iscrizioni, bronzetti, betili e monete come documenti storici, non come semplici oggetti artistici.
Questo principio permette di:
evitare anacronismi;
distinguere fatti da interpretazioni;
riconoscere la centralità dei reperti materiali;
ridurre il peso delle tradizioni letterarie tardive.
In questo quadro, la numismatica e l’epigrafia diventano strumenti centrali per comprendere la struttura politica, economica e religiosa della Sardegna protostorica.
Conclusione
Lo studio del periodo nuragico richiede un metodo fondato sulla gerarchia delle fonti: le fonti dirette — epigrafiche e numismatiche — costituiscono il nucleo oggettivo della ricostruzione storica, mentre le fonti letterarie, pur preziose, devono essere utilizzate con prudenza, come testimonianze indirette e tardive.
Questa distinzione non solo rafforza la solidità della ricerca, ma restituisce alla civiltà nuragica la sua voce autentica: quella incisa sulla pietra, sul bronzo e sulle monete, non quella filtrata dagli autori del mondo classico.
In all. Lo statere aureo di Amsicora. La moneta di conio nuragico (215 a.C.) consente di accertare una volta compresi i segni a rebus che Amsicora non era solo un dux militare ma era anche e soprattutto un capo religioso. La sua ‘auctoritas’ (‘longe primus auctoritate’ dice Tito Livio) sta scritta nella moneta dove da una parte si trova l’iscrizione ‘lui (YHW) continuo, toro continuo, della luce continua’ e dall’altra ‘Lui (Amsicora) figlio (bar) del toro Signore (MeRe). Insomma Amsicora era un semidio, il figlio del Dio.
