L’assenza del pensiero liberale e la fragilità della democrazia italiana.
La Repubblica e la Costituzione italiane nacquero dalle macerie del secondo conflitto mondiale come frutto di uno sforzo collettivo delle forze antifasciste. L’equilibrio tra i poteri dello Stato fu pensato per impedire il ritorno dell’uomo solo al comando e per garantire che nessuna forza potesse nuovamente calpestare le istituzioni democratiche.
Tuttavia, già nei decenni successivi, emerse una profonda anomalia italiana: nel nostro Paese non si è mai riusciti a costruire un pensiero liberale solido, maturo e condiviso nel senso europeo del termine. Questa assenza ha prodotto una vera e propria orfanezza culturale e politica, che ha rappresentato un danno strutturale per l’intera Italia.
Di questa mancanza la responsabilità principale ricade storicamente soprattutto (ma non solo) sulla destra italiana, incapace — o non disposta — a riconoscersi pienamente nei valori liberali della separazione dei poteri, dello Stato di diritto, delle libertà individuali e del pluralismo democratico e a testimonianza di ciò cito le posizioni per il presidenzialismo e l’idea di libertà individuali subordinate alla ragion di stato, l’idea primatista del popolo italico, l’idea di molte frange di uno stato forte creato attorno ad un uomo forte, la subordinazione culturale verso i regimi autoritari sparsi nel mondo, la distanza abissale dai partiti europei di ispirazione veramente liberale.
La guerra fredda e il lungo predominio della Democrazia Cristiana garantirono nel dopo guerra stabilità, ma congelarono anche lo sviluppo di una cultura politica liberale autonoma. Il liberalismo rimase schiacciato da una reazione emotiva verso il fascismo e da una destra che, anziché riformarsi in senso democratico europeo, preferì spesso rifugiarsi in pulsioni identitarie, nazionaliste o autoritarie.
La caduta del Muro di Berlino nel 1989 sembrò aprire una stagione nuova. In Italia, però, quel passaggio fu segnato da Tangentopoli, che distrusse una classe dirigente senza generare una vera rigenerazione culturale. Da allora, il vuoto lasciato non è mai stato colmato.
Negli ultimi anni questo deficit si è aggravato. La destra continua a dimostrare la propria incapacità di dar vita a una destra liberale e democratica, mentre ripropone ciclicamente logiche emergenziali — immigrazione, nemici culturali, contrapposizione ideologica permanente — che alimentano lo scontro anziché il confronto.
Ma anche la sinistra non se la passa meglio: anch’essa fatica a costruire un pensiero di sinistra europeo, riformista e capace di dialogare sulla base di valori condivisi, preferendo spesso rifugiarsi in identità rigide e autoreferenziali.
Al margine diei principali partiti esistono piccole formazioni coraggiose che cercano di affermare questi valori, ma faticano a trovare consensi perché i lettore medio è sempre più qualunquista ed individualista.
A questo quadro interno si aggiunge una degenerazione del giudizio politico a livello internazionale. Per mera convenienza di bottega, destra e sinistra evitano di condannare con chiarezza le derive autoritarie, scegliendo di difendere “i propri” leader o regimi in nome dell’appartenenza. Ne deriva un clima da tifo ideologico, nel quale diritti, Costituzione e democrazia subiscono attacchi quotidiani senza una difesa coerente e trasversale.
Come esponente di un pensiero liberale sardista, denuncio pubblicamente che una parte significativa delle forze politiche italiane, di destra e di sinistra, sta concorrendo a spingere il Paese verso una forma pericolosa di autoritarismo strisciante. Denuncio inoltre la responsabilità storica della destra italiana per aver sistematicamente ostacolato la nascita ed affermazione di una destra democratica e liberale.
Denuncio anche gli errori compiuti in Sardegna, dove scelte politiche ed alleanze subalterne hanno indebolito il sardismo e la sua credibilità. La Sardegna e i sardi devono assumersi le proprie responsabilità, evitando l’illusione di essere semplici vagoni al traino di una motrice esterna. L’autonomia non può essere delegata, né culturale né politica.
In questo contesto, un sistema federale autentico potrebbe rappresentare una soluzione plausibile: non un federalismo di facciata, ma un modello fondato su responsabilità, chiarezza delle competenze e partecipazione democratica. Un federalismo maturo sarebbe anche un passaggio ideale verso una maggiore integrazione europea, capace di conciliare autonomie territoriali, sovranità condivisa e difesa dello Stato di diritto.
Il problema italiano, in definitiva, non è solo istituzionale ma culturale. Senza una vera cultura liberale a destra e senza una sinistra capace di dialogare su valori comuni europei, la democrazia resta fragile. E la storia insegna che quando la politica rinuncia al coraggio della chiarezza, il prezzo da pagare non è mai solo politico, ma collettivo. Come 100 anni fa.
