Perché oggi confermo il mio SÌ alla separazione delle carriere dei magistrati.

Prima di entrare nel merito, è necessario chiarire un punto che troppo spesso viene distorto nel dibattito pubblico: quella sulla separazione delle carriere non è una battaglia di destra né di sinistra. È, piuttosto, una discussione sull’architettura dello Stato e sull’equilibrio dei poteri.

Non a caso, storicamente, tra i principali promotori di questa riforma vi è stato il Partito Radicale, che per decenni ha sostenuto la necessità di distinguere nettamente le funzioni tra magistratura giudicante e requirente come garanzia di libertà individuale e di giusto processo. Questo dato storico dovrebbe bastare a sottrarre il tema alle semplificazioni ideologiche che ancora oggi lo accompagnano.

Nel 2021 scrissi un articolo nel quale spiegavo le ragioni del mio voto favorevole al referendum sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti. A distanza di anni, non solo non ho cambiato idea, ma ritengo che quel tema sia oggi ancora più attuale e decisivo per la qualità della nostra democrazia e per la credibilità della giustizia italiana.

Il prossimo referendum ripropone una questione che troppo spesso viene affrontata in modo ideologico, mentre dovrebbe essere discussa con pragmatismo istituzionale: quale modello di giustizia garantisce meglio l’equilibrio tra accusa e difesa e rafforza la fiducia dei cittadini nello Stato?

Due funzioni diverse, una distinzione necessaria

Nel nostro ordinamento il pubblico ministero e il giudice appartengono allo stesso ordine, condividono il medesimo percorso di carriera e possono, nel corso della vita professionale, passare dalla funzione requirente a quella giudicante e viceversa. Formalmente le funzioni sono distinte; sostanzialmente, però, la cultura professionale resta comune.

Questo assetto nasce da una precisa stagione storica, ma oggi mostra limiti evidenti.

Il pubblico ministero svolge una funzione di parte: rappresenta l’accusa, dirige le indagini, sostiene una tesi processuale. Il giudice, invece, deve essere terzo e percepito come tale. Non basta che l’imparzialità esista: deve essere evidente agli occhi dei cittadini.

La separazione delle carriere non mette in discussione l’indipendenza della magistratura. Al contrario, mira a rafforzare la distinzione dei ruoli, rendendo più chiaro il perimetro delle responsabilità e più credibile la neutralità del giudice.

Un principio di equilibrio processuale

In ogni sistema democratico maturo, il processo penale si fonda sull’equilibrio tra accusa e difesa davanti a un giudice realmente terzo. È il modello accusatorio che l’Italia ha scelto con la riforma del codice di procedura penale.

Tuttavia, mantenere accusa e giudice all’interno dello stesso corpo ordinamentale crea una asimmetria percepita: difesa e imputato si confrontano con una controparte che appartiene allo stesso ordine professionale di chi dovrà decidere.

Non si tratta di mettere in dubbio la professionalità o l’onestà dei magistrati — qualità che nessuno seriamente contesta — ma di correggere un assetto istituzionale che può generare una vicinanza culturale incompatibile con l’idea moderna di processo equo.

Le istituzioni si progettano per prevenire i conflitti, non per confidare esclusivamente nelle virtù individuali.

Separare non significa indebolire

Uno degli argomenti più ricorrenti contro la riforma è il timore che la separazione delle carriere possa indebolire l’autonomia del pubblico ministero o esporlo al potere politico. È una preoccupazione legittima, ma non inevitabile.

La separazione può essere realizzata mantenendo solide garanzie costituzionali di indipendenza, attraverso distinti organi di autogoverno e regole chiare di accesso e progressione. Molti ordinamenti europei dimostrano che distinzione delle carriere e autonomia della magistratura possono convivere efficacemente.

Il vero punto non è ridurre le garanzie, ma distribuirle meglio.

Fiducia dei cittadini e qualità della giustizia

Oggi il tema centrale è la fiducia. Una giustizia percepita come sbilanciata perde autorevolezza, anche quando opera correttamente. E senza fiducia, lo Stato di diritto si indebolisce.

La separazione delle carriere rappresenta un passo verso una maggiore trasparenza del sistema: ruoli più definiti, responsabilità più chiare, minori ambiguità istituzionali.

Non è una riforma “contro” qualcuno, ma una riforma “per” il processo e per i cittadini.

Un SÌ coerente

Il mio voto favorevole nasce dalla stessa convinzione di allora: le istituzioni devono evolversi quando la realtà dimostra che un equilibrio può essere migliorato.

Dire SÌ alla separazione delle carriere significa rafforzare il principio del giusto processo, rendere più evidente la terzietà del giudice e contribuire a una giustizia più moderna, comprensibile e credibile.

Non è una battaglia ideologica. È una scelta di architettura istituzionale.

Ed è per questo che oggi, come nel 2021, confermo convintamente il mio SÌ.