Altro che gli ultimi giorni dell’Europa, saremo presto gli Stati Uniti (d’Europa)

Da qualche tempo una parte del dibattito culturale e accademico europeo insiste nel raccontare il nostro continente come una civiltà arrivata al tramonto. L’Europa viene descritta come economicamente rallentata, politicamente fragile, demograficamente in declino e ormai incapace di incidere sui grandi equilibri globali. In questa narrazione si inseriscono anche lavori recenti che parlano apertamente degli “ultimi giorni dell’Europa”, quasi a voler certificare la fine storica del progetto europeo e, più in generale, dell’Occidente continentale.

A sollevare la questione è stata anche la pubblicazione del libro della Luiss University Press sul tema europeo dal titolo “Gli ultimi giorni dell’Unione sulla disintegrazione europea del politologo Ivan Krastev. L’opera si concentra sulla vulnerabilità del progetto comunitario, evidenziando le fratture interne e la possibilità che l’Unione possa implodere, paragonandola al crollo dell’Impero sovietico o asburgico

Eppure, osservando con attenzione ciò che sta accadendo nel mondo, emerge una lettura quasi opposta. Forse l’Europa non sta vivendo i suoi ultimi giorni. Forse sta entrando nella fase più delicata e importante della propria trasformazione geopolitica.

Negli ultimi anni il sistema internazionale è cambiato profondamente. Gli Stati Uniti, pur restando la principale potenza mondiale, mostrano sempre più chiaramente la volontà di ridurre il proprio ruolo di garante universale dell’ordine globale costruito dopo il 1945. La politica americana appare oggi sempre più concentrata sulle questioni interne, sulla competizione strategica con la Cina e su una crescente tendenza all’isolazionismo. È un cambiamento che modifica radicalmente gli equilibri dell’Occidente.

In questo vuoto geopolitico si sta lentamente muovendo l’Europa.

La guerra in Ucraina ha rappresentato il punto di svolta. Per decenni si era sostenuto che l’Unione Europea fosse soltanto un gigante economico privo di una reale capacità politica e strategica. Eppure proprio davanti alla più grave crisi militare europea dalla fine della Seconda guerra mondiale, il continente ha reagito con una compattezza che pochi ritenevano possibile. Coordinamento energetico, sostegno finanziario, investimenti nella difesa, aiuti militari, politica sanzionatoria e ridefinizione della sicurezza continentale hanno mostrato un’Europa diversa da quella raccontata dalle narrazioni decliniste.

Parallelamente, alcuni Paesi europei hanno iniziato a esercitare una nuova proiezione internazionale. La Francia, in particolare, sta assumendo un ruolo sempre più centrale nella costruzione della sicurezza europea, rafforzando la cooperazione militare con l’Ucraina e tornando protagonista nello scenario mediterraneo e mediorientale. Anche il Regno Unito, nonostante la Brexit, appare sempre più inserito in una logica strategica comune con il continente sul piano della difesa e della sicurezza.

Ma il segnale più interessante riguarda l’espansione silenziosa dell’influenza europea ben oltre i propri confini tradizionali.

Gli accordi con il Mercosur rappresentano molto più di una semplice intesa commerciale: delineano la possibilità di costruire uno spazio euro-sudamericano alternativo sia all’egemonia economica americana sia alla crescente penetrazione cinese in America Latina. Allo stesso tempo il Canada sta rafforzando progressivamente i propri rapporti economici e strategici con l’Europa, contribuendo alla nascita di un nuovo asse euro-atlantico meno dipendente dagli orientamenti politici di Washington.

Anche nel Caucaso stanno emergendo segnali significativi. L’Armenia, dopo il progressivo indebolimento della protezione russa, guarda sempre più verso Bruxelles come riferimento diplomatico e strategico. È un passaggio che avrebbe avuto pochi precedenti solo alcuni anni fa e che dimostra come diversi Paesi inizino oggi a percepire l’Europa come uno spazio di stabilità, cooperazione e prevedibilità politica.

Nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, nonostante tutte le difficoltà e le contraddizioni, l’Europa continua inoltre a mantenere un ruolo centrale sul piano umanitario, diplomatico e regolatorio. Non attraverso la tradizionale logica della potenza imperiale, ma tramite la costruzione di relazioni multilaterali, investimenti, cooperazione industriale e mediazione politica.

Ed è proprio questo il punto che molti osservatori continuano a sottovalutare: l’Europa non può essere interpretata con le categorie geopolitiche del Novecento. Non è una superpotenza militare centralizzata come gli Stati Uniti. Non è una potenza autoritaria verticalizzata come la Cina. Non è una potenza revisionista fondata sulla forza militare come la Russia.

L’Europa sta invece assumendo il profilo di una nuova “potenza sistemica”. La sua influenza si esercita attraverso le regole, gli standard industriali, la tecnologia, la diplomazia, la sostenibilità, la finanza e la cooperazione internazionale. Lo si è già visto nella regolazione della privacy digitale, dell’intelligenza artificiale, della transizione energetica e dei mercati finanziari. Sempre più spesso le norme europee diventano standard globali.

Questa non è assenza di potere. È una forma diversa di potere.

Per questo motivo parlare oggi degli “ultimi giorni dell’Europa” rischia di essere non solo prematuro, ma profondamente fuorviante. Il continente europeo sta certamente attraversando difficoltà enormi: crescita economica debole, crisi demografica, ritardi tecnologici e tensioni interne restano problemi reali. Ma le grandi trasformazioni storiche spesso nascono proprio nei momenti di crisi.

L’impressione è che il mondo stia entrando in una fase nella quale l’Europa potrebbe diventare il principale punto di riferimento delle democrazie multilaterali, il luogo dove sopravvive e si riorganizza l’idea stessa di cooperazione internazionale, equilibrio giuridico e ordine democratico aperto.

Non più periferia dell’Occidente, ma nuovo baricentro della sua evoluzione. Forse, più che agli ultimi giorni dell’Europa, stiamo assistendo ai primi giorni della sua nuova centralità storica.

Rimane certamente una storia ancora tutta da scrivere, ad inziare dalla riorganizzazione istituzionale della struttura politica dell’Unione Europea. A questo proposito esiste peraltro da decenni un movimento diffuso che promuove un’idea aperta di Stati uniti d’Europa, una soluzione di tipo federalista che ovviamente non dovrà semplicemente scimmiottare sistemi politici esistenti, ma dovrà avere la capcità di elabararne uno a propria misura.

Lo strumento del federalismo come mezzo di composizione degli interessi tra stati del’unione oltre che una soluzione macropolitica si affaccia peraltro nelle periferie come interessante soluzione dei rapporti tra territori dell’Unione e tra territori e stati dell’Unione Europea.

E’ in questo solco che si inserisce ad esempio lo sforzo di un’associazione sarda che da cinque anni si occupa di elaborazione dello statuto della Regione Autonoma della Sardegna. L’Associazione ha un nome che è un programma: Sardegna Federale. Ma Sardegna Federale non tratta l’argomento federalista come mera rivendicazione storica o territoriale, ma lo propone come strumento che si inserisce in una logica europeista e che proprio all’Europa guarda ed alla quale gli europeisti stessi dovrebbe guardare con coraggio ed interesse.

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