Berlinguer e i fondi del partito comunista sovietico
Negli anni di Leonid Brežnev l’Unione Sovietica era un paese grigio, opprimente e privo di libertà fondamentali. L’economia stagnava, la dissidenza veniva repressa con durezza, i gulag continuavano a inghiottire oppositori, la censura era totale e ogni forma di pensiero non allineato al Partito veniva soffocata. Era uno Stato palesemente antidemocratico, dove il cittadino non godeva né di libertà di parola, né di stampa, né di movimento. Eppure, in quegli stessi anni, Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano, si recò più volte a Mosca per rendere omaggio proprio a Brežnev e alla dirigenza di quel regime. Foto e filmati dell’epoca mostrano il leader del più grande partito comunista occidentale stringere la mano e celebrare i vertici di un sistema che imprigionava, spiava e privava della dignità milioni di esseri umani.

Il mito di Enrico Berlinguer, è una delle più riuscite operazioni di cosmesi della storia italiana. Hanno venduto l’immagine del comunista austero, onesto e democratico, mentre per tutta la vita è rimasto un leninista convinto, segretario di un partito finanziato da Mosca fino alla fine, che non ha mai rotto davvero con l’Unione Sovietica. Ha condannato l’invasione dell’Afghanistan con il famoso «non si può essere comunisti senza essere internazionalisti», ma ha continuato a incassare rubli e a giustificare (o minimizzare) i gulag, i carri armati a Praga e i dissidenti nei lager. L’«eurocomunismo» fu più marketing che sostanza: una foglia di fico per rendere presentabile un partito che ancora negli anni Settanta considerava la democrazia borghese uno strumento da usare, non un valore da difendere. Berlinguer non fu il salvatore della patria. Fu solo il più bravo a far sembrare nobile e pulito ciò che nobile e pulito non è mai stato: il comunismo italiano. Un mito costruito con cura per far dimenticare che, sotto la sua guida, il PCI restò fino all’ultimo il partito fratello di regimi che riempivano cimiteri. Tra il 1971 e il 1980 (quindi sotto Berlinguer) il PCI ricevette in media circa 4,8 milioni di dollari all’anno dal PCUS, secondo ricostruzioni storiche basate su archivi. I soldi arrivavano tramite il Dipartimento Internazionale del PCUS e venivano materialmente consegnati dal KGB. Venivano usati per campagne elettorali, stampa, stipendi di funzionari e attività ordinarie. Questi fondi facevano parte dell’«amministrazione straordinaria»: una voce di bilancio parallela e segreta. Dopo l’approvazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti (1974), questi trasferimenti divennero illegali, ma il PCI continuò a riceverli e a gestirli. Documenti desecretati e verbali interni del PCI mostrano che Berlinguer stesso, soprattutto nei primi anni di segreteria, fu coinvolto nelle richieste di fondi supplementari (es. nel 1972-1973 per le elezioni). Armando Cossutta (ala più filosovietica) gestiva spesso i contatti operativi, ma Berlinguer ne era a conoscenza. Solo verso metà-fine degli anni ’70, con l’avanzare dell’eurocomunismo e il rafforzamento del finanziamento pubblico italiano, il PCI ridusse progressivamente la dipendenza da Mosca, anche se non la azzerò immediatamente.
I sovietici finanziavano il PCI perché lo consideravano il più grande e importante partito comunista occidentale: serviva a mantenere influenza in Italia, paese chiave della NATO. Il PCI, dal canto suo, usava questi soldi pur dichiarando progressivamente maggiore autonomia. Questo doppio gioco — critica pubblica a certi aspetti dell’URSS (Praga, Afghanistan) ma mantenimento dei legami finanziari e ideologici — è uno degli elementi centrali che contestano il mito dell’«onestà assoluta» e della «diversità morale» berlingueriana. In sintesi: i finanziamenti sovietici non furono un dettaglio marginale, ma una componente strutturale della vita del PCI per quasi tutto il dopoguerra, inclusa l’era Berlinguer. La transizione verso un finanziamento più «autonomo» fu graduale e pragmatica, non un improvviso taglio netto dettato da rigore morale.
Fonti e prove
Archivi del PCUS (aperti dopo il 1991) e documenti del KGB.
Testimonianze di dirigenti come Giorgio Cervetti e libri basati su fonti primarie (es. lavori di Ugo Finetti, «Botteghe Oscure»).
Ricostruzioni storiche di studiosi come Valerio Riva, Francesco Barbagallo e documenti emersi in libri come Berlinguer e il diavolo.
Ammissioni indirette emerse anche durante Mani Pulite (anni ’90), anche se protette dall’amnistia.
