La nuova stagione del populismo, di Nane Cantatore
Nel tentare di ragionare su questa gangrena populista che infetta quasi la totalità delle democrazie, il primo dato da cui partire è la magnitudine del fenomeno. Dal Regno Unito alla Francia, dagli USA all’Italia, dalla Germania alla Polonia, con variazioni tutto sommato secondarie, emergono forze di massa che hanno una serie di costanti patologiche (più che ideologiche) ben distinte:
– un richiamo a un non ben definito modello tradizionale che sarebbe stato sovvertito;
– l’ossessione per il nemico, esterno ma ancora più interno;
– una strutturale propensione al complotto, in cui si saldano l’avversione per la cultura e la complessità e la frustrazione per le difficoltà quotidiane e l’incapacità della politica di “risolvere i problemi”;
– una leadership carismatica, nella quale il Capo è visto, insieme, come un riferimento totale e una persona comune, del tutto simile a chi lo segue (e proprio in questa duplicità trova incarnazione l’unità spirituale del Volk);
– la convinzione che ogni problema possa essere affrontato con semplicità e che sia tutta una questione di volontà, energia e disposizione a sporcarsi le mani, superando le titubanze dei sostenitori del diritto;
– una esplicita fascinazione per le maniere spicce, che arriva fino all’esaltazione della violenza;
– l’ossessione per i pretesi torti subiti, che si traduce in una lagna continua verso chiunque non faccia parte del gruppo;
– un’indulgenza, anzi, una complicità quasi mafiosa per reati, peccati e porcate quando a esserne responsabili sono quelli della propria parte.
Questo elenco, rapido e generico ma che dovrebbe essere sostanzialmente valido per tutte le varie declinazioni della ciofeca fognaria, è sostanzialmente sovrapponibile a molti dei famosi 14 punti individuati da Eco nel suo saggio sull’Ur-fascismo e, in effetti, il fenomeno ha le caratteristiche per aspirare ai regimi in questione, Aspirare, perché finora la mutazione da coro di ruttatori a regime organizzato non si è ancora prodotta, per una serie di ragioni che andranno a loro volta inquadrate e tematizzate. Tuttavia, possiamo dire che, più o meno ovunque, a riconoscersi esplicitamente in stammerda è una grossa minoranza della società, tra il 20 e il 30 per cento del corpo elettorale, per limitarsi alla conta più significativa (ma non certo la sola). Semmai, a preoccupare davvero è la rottura degli argini: questa roba riesce a diventare forza di governo perché esiste, specie nel centrodestra moderato, la tendenza ad allearsi con costoro, per lo meno in certe condizioni.
Un’alleanza che a volte riguarda le forze politiche, ma che è soprattutto nel corpo sociale. Basti pensare a quello che è successo nelle ultime elezioni americane, in cui un bel po’ di americani moderati e benpensanti hanno preferito votare Onan invece di quella mezza figura di Kamala Harris, che pareva troppo di sinistra. Il vero problema, infatti, non è quanti voti prendano queste forze variamente fascistoidi (certo, sempre troppi), ma sono due questioni ben più profonde:
– quali sono questi voti, ossia quali elementi del corpo sociale, in risposta a quali bisogni;
– perché queste forze, che evidentemente introducono una brusca rottura nell’ordine del discorso della civiltà democratica, sono oggi così ampiamente normalizzate, se non dalla politica, che in molti casi continua a circondarle con un robusto cordone sanitario, certamente da un corpo sociale sempre più in sintonia con i loro temi o comunque meno preoccupato da questi che dalle posizioni della sinistra, più o meno radicale.
Ma temo che sia il caso di affrontare la faccenda alla prossima puntata.
