Energia e disinformazione: perché imparare a riconoscere le fake news è diventato indispensabile

Articolo tratto dai contenuti di un video del canale youtube GEOPOP

Viviamo probabilmente nell’epoca in cui è più facile informarsi. Con uno smartphone possiamo consultare giornali, documenti pubblici, studi scientifici, statistiche e banche dati che soltanto pochi decenni fa sarebbero state difficilmente accessibili.

Eppure, paradossalmente, proprio l’enorme quantità di informazioni disponibili rende sempre più difficile distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è dimostrato da ciò che è semplicemente affermato.

È il fenomeno dell’infodemia: una sovrabbondanza di informazioni, spesso contraddittorie, nella quale diventa difficile stabilire quali fonti siano realmente attendibili.

Il problema riguarda ormai qualsiasi settore della società, ma assume un’importanza particolare quando parliamo di energia, ambiente e transizione energetica.

Disinformazione e misinformazione non sono la stessa cosa

Quando parliamo genericamente di “fake news” tendiamo a mettere insieme fenomeni differenti.

La disinformazione consiste nella diffusione intenzionale di informazioni false o distorte. Chi la produce sa, o dovrebbe sapere, che ciò che sta comunicando non corrisponde alla realtà e lo fa per perseguire un determinato interesse economico, politico o sociale.

La misinformazione, invece, avviene quando una persona diffonde inconsapevolmente un’informazione falsa credendola vera.

È una distinzione fondamentale.

Una persona che condivide sui social una notizia inesatta sul fotovoltaico perché ne è convinta non sta necessariamente cercando di ingannare qualcuno. Tuttavia contribuisce ugualmente alla diffusione dell’informazione falsa.

Ed è proprio questo uno dei meccanismi attraverso i quali una notizia priva di fondamento può raggiungere migliaia o milioni di persone.

Perché crediamo così facilmente alle notizie false?

La risposta non è semplicemente che alcune persone siano poco informate.

Il problema è molto più complesso e riguarda alcuni meccanismi della nostra mente.

Il primo è quella che gli studiosi definiscono avarizia cognitiva: davanti a una quantità enorme di informazioni tendiamo naturalmente a cercare scorciatoie che ci consentano di arrivare rapidamente a una conclusione.

Non possiamo verificare personalmente ogni informazione che riceviamo.

Per questo ci affidiamo spesso a persone o istituzioni che consideriamo autorevoli. È il cosiddetto bias di autorità.

Affidarsi agli esperti non è di per sé sbagliato: nessuno può essere competente in medicina, energia, economia, climatologia, diritto e tecnologia contemporaneamente. Il problema nasce quando attribuiamo autorevolezza a chi, in realtà, non possiede una specifica competenza sull’argomento di cui sta parlando.

Se una cosa viene ripetuta mille volte, ci sembra più vera

Esiste poi un fenomeno particolarmente potente: il cosiddetto effetto di verità illusoria.

Quando incontriamo ripetutamente la stessa affermazione, tendiamo progressivamente a considerarla più credibile.

I social network amplificano enormemente questo fenomeno.

Una notizia viene pubblicata, condivisa da decine di profili, ripresa da altri utenti e magari trasformata in immagini e video. Dopo averla incontrata dieci o venti volte possiamo avere l’impressione che esistano dieci o venti fonti differenti.

In realtà potrebbe esistere una sola fonte originaria, ripetuta migliaia di volte.

E anche quando una notizia viene successivamente smentita, può continuare a condizionare il nostro giudizio.

Il bias di conferma: crediamo più facilmente a ciò che vorremmo fosse vero

Uno dei meccanismi più potenti è il bias di conferma.

Tendiamo cioè a selezionare, spesso inconsapevolmente, le informazioni che confermano ciò che già pensiamo.

Se siamo contrari a una determinata tecnologia, saremo maggiormente attratti dalle notizie che ne descrivono i rischi. Se invece ne siamo sostenitori, tenderemo a dare maggiore attenzione alle informazioni che ne evidenziano i benefici.

Questo principio riguarda tutti.

Ed è ulteriormente amplificato dagli algoritmi dei social network.

Le piattaforme imparano progressivamente quali contenuti attirano la nostra attenzione e tendono a mostrarcene altri simili. Si formano così le cosiddette echo chamber, o bolle informative, nelle quali incontriamo prevalentemente persone, opinioni e notizie vicine alle nostre convinzioni.

Il risultato può essere paradossale: due persone che utilizzano gli stessi social network possono avere una rappresentazione completamente diversa della realtà.

Il problema riguarda direttamente anche l’energia

Nel settore energetico questo fenomeno è particolarmente evidente.

Fotovoltaico, eolico, nucleare, auto elettrica, idrogeno, sistemi di accumulo, Comunità Energetiche Rinnovabili e cambiamento climatico sono diventati argomenti di forte contrapposizione.

Troppo spesso il confronto si trasforma in una disputa tra sostenitori e oppositori di una tecnologia.

Ma la scienza e la tecnica non funzionano come una tifoseria.

Una tecnologia non deve essere considerata buona o cattiva per appartenenza ideologica. Deve essere valutata attraverso dati misurabili: rendimento, costo, durata, disponibilità delle risorse, impatto ambientale, emissioni nell’intero ciclo di vita, occupazione di territorio, possibilità di accumulo, programmabilità e sostenibilità economica.

Lo stesso principio dovrebbe essere applicato alle politiche energetiche.

Come sono costruite le fake news

Le informazioni false più efficaci non sono necessariamente quelle più assurde.

Al contrario, spesso vengono costruite in modo da assomigliare moltissimo all’informazione autentica.

Possono utilizzare una grafica apparentemente istituzionale, citare un presunto esperto, attribuire dichiarazioni mai pronunciate a personaggi autorevoli oppure presentare numeri privi della fonte originaria.

Un altro strumento estremamente efficace è il titolo sensazionalistico.

Il titolo suscita paura, rabbia o indignazione e induce a condividere il contenuto prima ancora di averlo letto completamente.

Le emozioni sono infatti uno dei principali acceleratori della diffusione delle informazioni sui social.

Una notizia che ci indigna viene commentata.

Una notizia che ci spaventa viene condivisa.

E ogni interazione ne aumenta ulteriormente la visibilità.

L’intelligenza artificiale cambia ulteriormente lo scenario

A tutto questo si aggiunge oggi l’intelligenza artificiale.

Immagini, registrazioni vocali e video artificiali sono diventati sempre più realistici. Gli errori che fino a poco tempo fa permettevano di riconoscere facilmente un’immagine generata dall’AI stanno progressivamente scomparendo.

Questo significa che anche la vecchia regola del “l’ho visto con i miei occhi” non è più sufficiente.

Una fotografia non costituisce necessariamente una prova.

Un video non costituisce necessariamente una prova.

Una voce registrata non costituisce necessariamente una prova.

Diventa quindi ancora più importante conoscere la provenienza dell’informazione.

Come possiamo difenderci?

La prima regola è semplice:

controllare la fonte.

Quando viene citato uno studio scientifico, bisognerebbe cercare lo studio originale.

Quando vengono presentati dati statistici, occorre verificare chi li ha prodotti.

Quando viene riportato un provvedimento legislativo, è preferibile consultare il testo della norma o una fonte istituzionale.

Quando una notizia è particolarmente sorprendente, è opportuno verificare se sia stata riportata indipendentemente da più fonti affidabili.

Non significa dover leggere dieci giornali ogni mattina.

Significa sviluppare un sano scetticismo, soprattutto quando una notizia sembra confermare perfettamente quello che già pensiamo.

È proprio in quel momento che dovremmo essere ancora più prudenti.

Un metodo pratico: cinque domande prima di credere a una notizia

Un metodo utilizzato nell’educazione all’informazione è il CRAAP test, basato su cinque verifiche:

Currency – Attualità: quanto è recente l’informazione? È ancora valida?

Relevance – Rilevanza: la fonte è pertinente rispetto all’argomento?

Authority – Autorevolezza: chi sta parlando possiede realmente le competenze necessarie?

Accuracy – Accuratezza: i dati possono essere verificati attraverso altre fonti?

Purpose – Scopo: perché questa informazione viene pubblicata? Per informare, vendere qualcosa, persuadere o provocare una reazione?

Cinque domande che richiedono pochi minuti e che possono evitare di trasformarci inconsapevolmente da destinatari della disinformazione a suoi diffusori.

La transizione energetica ha bisogno soprattutto di informazione corretta

Come Associazione Elettrica Sarda riteniamo che questo principio sia particolarmente importante.

La transizione energetica comporterà decisioni economiche, tecnologiche e sociali importanti. È quindi naturale che esistano opinioni differenti su come realizzarla.

Il confronto è utile. Il dissenso è utile. Anche mettere in discussione una soluzione apparentemente consolidata è utile.

Ma tutto questo funziona soltanto se esiste una base comune: i fatti devono rimanere fatti.

Possiamo discutere sull’opportunità di costruire un impianto fotovoltaico, sulla localizzazione di un parco eolico, sull’utilità dell’idrogeno o sulle modalità di sviluppo delle Comunità Energetiche.

Possiamo avere opinioni differenti.

Ma prima dobbiamo conoscere dati, fonti e numeri.

Perché una società capace di compiere liberamente le proprie scelte energetiche deve essere, prima di tutto, una società capace di distinguere un’informazione da un’opinione e un fatto verificato da una semplice affermazione.


Questo articolo prende spunto dai temi affrontati da GeoPop nel video dedicato alla disinformazione, alle fake news e ai meccanismi cognitivi e tecnologici che ne favoriscono la diffusione. I contenuti sono stati rielaborati e contestualizzati rispetto ai temi dell’energia e della transizione energetica.