Sardegna, tutta un’altra Storia.

C’era una volta il Risorgimento, una vicenda spesso romanzata, sicuramente avvincente, ma soprattutto un pezzo di Storia da sempre in mano alla storiografia ufficiale, quella che ha sempre guardato a Roma o, meglio, ai potenti di turno, Il fascino del Risorgimento è sempre stato innegabile, tant’è che all’esame di maturità liceale scelsi proprio questo tema per portarmi a casa il mio buon voto finale sia allo scritto (in cui mi avventurai in improbabili connessioni tra la Giovine Europa mazziniana ed il successivo processo di formazione dell’Europa politica moderna) che all’orale (conoscevo ogni dettaglio del Congresso di Vienna, il vano tentativo di restaurazione che vedevo come punto di partenza dell’entusiasmante corsa verso l’unità d’Italia). Attorno a me, sin dalle elementari, tutto il corpo docente era stato sempre fortemente allineata ai rigidi programmi ministeriali ed io non potevo che essere il prodotto di quel sistema, tutto costruito attorno ad un’idea di Nazione Italia, unica ed indivisibile, ma sopratutto falsamente rappresentata come naturale epilogo di popoli e culture omogenee e rispetto alla quale la Sardegna veniva presentata come una sua naturale periferia. La leggenda di una Italia che fosse la naturale prosecuzione del fulgido passato rappresentato dell’Impero Romano di occidente ha sempre resistito nel tempo, finendo per divenire leggenda metropolitana prima e Storia incontestata poi, senza che niente e nessuno provasse a scalfirne la fama. All’Università le cose non cambiarono di molto, i miei esami si trascinarono (amavo il diritto) sull’assunto che tutto il diritto, ovviamente, fosse di derivazione romana (in particolare giustinianea). La mia passione per la Storia non mi abbandonò e non ebbi dubbi nell’introdurre nel mio piano di studi due esami come Storia Moderna e Storia del Risorgimento, in sostituzione del più monotono biennale di Storia del Diritto Italiano. Pensai di ritrovare con più approfondita analisi i contenuti liceali per una appagante e facile studio (e così fu nel voto con un bel 30 pieno), ma il programma serbò una sorpresa inaspettata che non pesai da subito per quel che davvero valeva: la docente aveva inserito un testo sul pensiero di Carlo Cattaneo. Per la prima volta barcollarono molte certezze e divorai il libro come un lupo famelico. Tutto mi apparve diverso e tutto sembrò tornare al proprio posto, ma non riuscii a tradurre l’approccio federalista in un linguaggio pratico ed attuale, confondendo la forma con la sostanza (la forma dello Stato con la sua anima nazionale). Sin dall’adoloscenza fui attratto dal pensiero cattolico democratico, ma anche dagli scritti di Renzo De Felice. Preferivo lo storico De Rosa al Villari, il liberalismo al socialismo, il liberismo a Keines, avevo fame di Storia contemporanea e le mie energie mentali e di apprendimento erano totalmente rivolte al futuro. Del resto, come in molti della mia generazione, mi sentivo figlio della grande sintesi che il novecento aveva fatto dei due grossi movimenti culturali dei secoli precedenti, l’illuminismo ed il romanticismo. Mi sentivo semplicemente un buon italiano ed a casa mia nemos faeddaìat in limba. La biblioteca di mia madre era strapiena di tutti i classici della letteratura italiana e i romanzi di Grazia Deledda non riuscivano a suscitare in me alcuna particolare ispirazione.

Con il passare degli anni sono cambiate molte cose, sono cadute altre certezze (tra le quali l’innegabile declino del cattolicesimo democratico) e la mia indomabile curiosità mi ha spinto ad esplorare la Storia più remota, che ha finito per appassionarmi e sorprendermi sempre più, sino a scoprirmi diverso, cosciente, consapevole, maturo, in definitiva sardo. Sardigna non est Italia, scrivevano alcuni nei muri delle case e nei sottopassi della strada statale 131, ma non ne capivo veramente il senso. Eppure sarebbe bastato soffermarsi un po’ a studiare i fatti, confrontarli con i testi propinati per decenni, per scoprire che i sardi e la Sardegna erano stati oggetto di una consapevole conventium ad escludendum, una scientifica condotta tesa a cancellare ogni verità storica con il fine ultimo di garantire un controllo coloniale delle coscienze. Sono parole forti, quelle che scrivo e che forse scandalizzeranno quanti professano il patriottismo, di cui ho sempre avuto grande rispetto, in giusto onore di quanti hanno sacrificato la propria esistenza e finanche la propria vita per un ideale di indipendenza e di libertà. Io non rinnego il Risorgimento, ma nemmeno ho le bende agli occhi per non vedere ciò che veramente è stato, quali forze lo abbiamo mosso, a quali fini sia stato poi indirizzato. Non ho le bende agli occhi per capire che Garibaldi e Mazzini, in nome di una liberazione dallo straniero che si invocava a furor di popolo, furono strumenti consapevoli delle legittime mire espansionistiche della famiglia Savoia e che per primi, proprie Garibaldi e Mazzini, subito dopo l’unità d’Italia, espressero con chiarezza tutta la propria amarezza per la piega che le cose avevano preso. Non ho più le bende agli occhi per non capire che l’arrivo dei Savoia in Sardegna agli inizi del settecento non fu che l’ennesima vicenda che ha colpito la nostra isola per mano di persone e per motivi totalmente sganciati dalla volontà dei sardi, in uno scambio di terre ed interessi (un trattato internazionale, quello dell’Aja del 1720 che seguì quello di Londra del 1718) che portarono i Prìncipi di Piemonte a Cagliari. Quattrocento anni prima (1324) erano stati gli Spagnoli, per decisione di Bonifacio VIII (1297), ad impossessarsi della Sardegna, anche in quell’occasione in seguito ad una decisione estranea agli interessi dei sardi assunta al solo fine di dirimere una controversia internazionale, Prima di loro ed almeno sino al 1409 (battaglia di Sanluri) la Sardegna aveva conosciuto ben oltre 500 anni di piena autonomia ed indipendenza, con il sistema dei giudicati sardi ai quali era altrettanto pienamente e pacificamente riconosciuto il rango di regni autonomi, caratterizzati da un buon livello di civiltà giuridica ed anzi, sino all’arrivo degli spagnoli, una delle poche regioni della futura Italia ad essere rimaste indenne dal pernicioso sistema feudale. Solo sommando i due periodi citati (la dominazione spagnola e il periodo c.d. giudicale) si ottengono già ben mille anni durante i quali la cultura, l’economia, la lingua, gli usi ed i costumi dei sardi hanno conosciuto uno sviluppo e dei caratteri totalmente divergenti dal resto della penisola italica. La verità incontestabile ed amara è che se oggi fossero rimasti i colonizzatori spagnoli, ci sentiremmo tutti spagnoli e se fossero prevalsi i francesi i gli austriaci avremmo parlato il francese o l’austriaco, ma ciò che è più grave, come oggi, nessun avrebbe gridato allo scandalo nel vedere la nostra lingua, la nostra cultura e la nostra autonomia vilipesa da altri Stati ed altre Nazioni.

Che la Sardegna abbia sempre potuto vantare una propria specificità nel panorama della Storia dell’occidente lo si capisce oggi più che mai, grazie alle incredibili scoperte archeologiche degli ultimi 40 anni, dalle quali si evince un ruolo non solo non subalterno, ma addirittura anticipatore su diversi fronti. Gli studi linguistici stanno ormai ricostruendo un antico alfabeto sardo parente della cultura celta ed una lingua di origine sumerica ed accadica, anticipatrice pertanto della stessa cultura greca, per non parlare di quella romana. Non vi è ormai più linguista serio che osi riproporre la vecchia catalogazione della lingua sarda tra le lingue neolatine e semmai i più evoluti hanno già iniziato il percorso contrario, dimostrando che al limite è il latino ad aver mutuato dall’antichissima lingua sarda qualche idioma. Si ricostruiscono con sempre maggiore dovizia di particolari usi e costumi di un popolo, quello sardo, particolarmente abile nella produzione di utensili ed armi che scambiava intensamente in tutto il mondo sino a quel momento conosciuto, in grado i sviluppare società complesse ed evolute migliaia di anni prima del leggendario aratro di Romolo e Remo, una società capace di concepire già dai primordi una religiosità che ormai in tanti definiscono dai caratteri monoteistici. Si rivaluta completamente il rapporto tra i sardi e le popolazioni puniche, sino ad indicare in un’armoniosa e pacifica fusione l’incontro con quella fenicia e senza scomodare il nome di Atlantide è ormai pacifico che i sardi abbiano interagito efficacemente e motu propriu in tutto il mondo allora conosciuto, considerazione testimoniata dalla loro presenza alla corte egizia, dall’attestazione della presenza di manufatti dell’industria metallurgica sarda in tutte le varie parti delle coste mediterranee,

Se sommiamo queste poche, ma sostanziose questioni con la posizione geografica, la lingua, la cultura, la musica, i caratteri specifici della natura e del cibo, per non parlare della questione (non dirimente) del DNA specifico dei sardi (non siamo certo qua ad argomentare un concetto superato e antistorico di nazione connesso ad una presunta appartenenza etnica) non rimane che prendere atto che la Sardegna è uno spazio fisico, umano e culturale che contiene in sè tutti gli elementi che sono utili a fondare un concetto di Nazione, una nazione che solo le vicissitudini storiche ha impedito si sviluppasse armoniosamente ed in totale autonomia, ma che nel passato questa stessa autonomia ha sperimentato e conosciuto.

Sino all’occupazione romana conseguente alla seconda guerra punica (218 a.c. – 202 a.c). la Sardegna era stata, di fatto, sempre indipendente ed in età imperiale la parte dell’Isola dei occupata dai sardi Bàlari ed Iliensi era riuscita in ogni caso a mantenere intatta la propria cultura, in linea con il carattere che lo studioso Giovanni Lilliu soleva definire “resiliente”. Con la caduta dell’Impero romano d’occidente (476 d.c.) e la conseguente influenza della cultura bizantina, anche a causa di una posizione geografica che fece divenire sempre più difficile da parte di Costaninopoli un controllo del Mar Mediterraneo occidentale, la Sardegna conobbe nuovamente la piena autonomia, che crebbe con il passare dei secoli sino alla definitiva creazione di proprie istituzioni politiche originarie, probabilmente evoluzione delle vecchie impalcature burocratiche abbozzate dall’Impero Romano d’Oriente, che presero il nome di Giudicati. I Giudicati, il cui ultimo esempio fu il Giudicato di Arborea, in vita sino all’anno 1409 (Battaglia di Sanluri), erano, come già detto, dei veri e propri regni, riconosciuti come tali da tutte le corone europee, dotati di proprie ed evolute leggi (su tutte la celeberrima Carta de Logu di Mariano IV di Arborea), di una propria originale e moderna organizzazione sociale (si pensi per esempio agli ademprivi ed ai vidazzoni), naturalmente inseriti in un contesto mondiale nel quale i relativi sovrani, al pari di ogni altro, intessevano rapporti e relazioni con altri sovrani al fine di garantire futuro a prosperità al proprio regno. E’ da questa angolazione ce vanno intesi i non sempre facili rapporti tra i regni giudicali e le Repubbliche marinare ed in particolare i rapporti con Pisa e Genova, ma anche con la stessa corona di Aragona. Ed invero, come si conveniva in ogni buona ed illuminata corte europea, le famiglie regnanti sarde non disdegnavano di creare legami di sangue attraverso l’istituto del matrimonio (su tutti quelli di Mariano IV con la nobile catalana Timbora di Roccaberti e quello della leggendaria Eleonora d’Arborea con il potente genovese Brancaleone Doria) al fine di garantire equilibri e alleanze strategiche per la stessa sopravvivenza dei regni.

Dalla lettura attenta delle vicende storiche sarde emerge pertanto una Sardegna, dicevo, dotata di tutti i tipici elementi che possono dirsi costitutivi di una Nazione, elementi che non sono mancati nemmeno nei momenti più difficili (si pensi che il rango di territorio distinto con proprie istituzioni e leggi proprie e ben diverse dal restante regno fu mantenuto sino al 1847, anno della formale abrogazione della Carta de Logu), con il perdurare di tradizioni, sensibilità, costumi e lingua che sono passati indenni nei secoli sino ai giorni nostri. In pratica la Sardegna è stata protagonista di due distinte storie ufficiali: la prima quella formale, figlia dei documenti appunto ufficiali, scritti per quattrocento anni in catalano (poi spagnolo) e quindi italiano (dal 1720) con un passaggio che definirei quasi surreale, ma che di fatto non scalfì mai la sardità profonda del popolo sardo, anche come paradossale conseguenza di un generalizzato analfabetismo che non favoriva un facile travaso di cultura tra colonizzante e colonizzati.

Fu comunque proprio con la fine dell’autonomia formale della Sardegna con l’annessione definitiva agli stati di terra ferma che iniziò a porsi con sempre maggiore forza e coscienza al questione sarda. Già alla fine del settecento vi erano stati diversi tentativi di conquista di una maggiore autonomia dell’isola (su tutte le vicende ricordiamo la rivolta contro i piemontesi ricordata ora nella giornata di Sa die de Sa Sardigna), ma solo nella seconda metà dell’ottocento divenne oggetto di dibattito in parlamento (con risultati catastrofici se pensiamo che l’unico intervento degno di nota fu l’invio di truppe regie per la repressione del fenomeno del banditismo, che finì per divenire pretesto per una repressione su più vasta scala).

Un svolta culturale può essere individuata nell’evoluzione del pensiero moderno ed in particolare con la fondazione, nel 1919, del Partito Sardo d’Azione, che dava seguito alla tragica esperienza delle trincee della Brigata Sassari che aveva comunque, dopo tanti anni, dato ai sardi la possibilità di assumere una coscienza nazionale. Durante la prima guerra mondiale la Brigata Sassari fu l’unico Reggimento composto quasi interamente da soldati della medesima regione, la Sardegna appunto. Anche gli ufficiali erano originari, per la stragrande maggioranza, da giovani a capaci sardi. Durante la grande guerra la Brigata Sassari si distinse per il proprio valore, ottenendo diverse medaglie a riconoscimento della particolare sacrificio portato alla causa italiana, una causa mal compresa dai sardi, del tutto estranea ai propri interessi, ma che contribuì a creare in trincea una nuova coscienza nazionale che di lì a poco si sarebbe tradotta nella formazione del Partito Sardo d’Azione, di ispirazione repubblicana, federalista, con un programma antiprotezionista e quindi liberale, lontano già da allora dalle contemporanee ideologie di destra e sinistra.

Dopo un primo approccio collaborativo con il partito fascista, preso atto della totale inconciliabilità tra il programma federalista del Partito Sardo d’Azione e la crescente politica accentratrice dello Stato fascista, il sardismo finì per divenire di fatto uno degli ideali invisi al regime e pertanto i suoi principali esponenti furono oggetto di repressione se non costretti a trovare rifugio in altri paesi europei.

Dopo la seconda guerra mondiale si è avuta una improvvisa accelerazione della questione sarda. Da una parte lo Stato, divenuto intanto di tipo democratico, ha riconosciuto in Costituzione la prerogativa della Sardegna di potersi dotare di uno Statuto Autonomo che tenesse conto delle peculiarità dell’isola, ma dall’altra moltissime aspettative sono state deluse dalla politica nazionale e dagli stessi politici sardi, di fatto supini alle logiche dei partiti nazionali. Il decentramento amministrativo proclamato in costituzione si è ridotto nel tempo ad una mera presenza di uffici periferici privi di fatto di reale autonomia ed alle politiche industriali di sviluppo poco coerenti con le caratteristiche e con la vocazione della Sardegna, ha fatto da contraltare una positiva quanto sciagurata opera di alfabetizzazione del popolo sardo, che ha visto la propria scolarizzazione crescere di anno in anno sino alla sconfitta del precedente analfabetismo cronico. Questo fatto storico, assolutamente positivo, ma operato con una scuola italiana totalmente sorda e cieca rispetto alle verità storiche che riguardano la Sardegna, ha purtroppo contribuito a formare intere generazioni di sardi sopprimendone usi, costumi, lingua e cultura, con la volontaria e cosciente complicità di tutti i sardi che hanno ricoperto ruoli educativi.

Oggi si apre una nuova era. Dopo tanti anni di scolarizzazione italiana di massa, finalmente l’archelogia e la linguistica e la nuova storiografia stanno contribuendo a farci riscoprire la verità storica di una Sardegna che è già Nazione e cresce di giorno in giorno il numero di sardi che prendono coscienza della propria storica ed innegabile specificità. L’indipendenza che oggi si chiede non è più quella folcloristica e isolazionista che si preferiva far emergere nelle cronache rosa e nere sino a qualche decennio fa, oggi si chiede una forma di indipendenza che veda la Sardegna pienamente integrata nello scacchiere europeo, in un rapporto di aperta collaborazione con lo Stato italiano e la Comunità Europea, con un programma antiprotezionistico, basato sui concetti di libertà, federalismo e rispetto dei popoli, fuori dai vecchi schemi destra/sinistra. E’ su questo nuovo fronte che si dovrà misurare la nuova Europa, che invece pare tutta concentrata a conservare la superata concezione napoleonica della Stato centrale e centralizzato nella errata convinzione che il problema di oggi sia la difesa dei confini nazionali e non la sua apertura.

Oje, apustis de chimbant’annos, soe chircande de faeddare e iscriere in limba e ricordo con pietà tutta quella generazione di sardi che pensava che dimenticare la propria lingua fosse il modo più giusto per ingraziarsi lo Stato in cambio di un tozzo di pane. Oggi stiamo finalmente capendo che la cultura che vale non è quella dominante, ma quella veramente rappresentativa di un popolo e di un territorio, che ovviamente deve avere la capacità di confrontarsi ed evolversi naturalmente senza chiusure preconcette e questo approccio è quello premiante anche in tutto il nuovo e moderno pensiero economico emergente. Il futuro del business ed il segreto per l’esportazione del nostro sapere nel mondo è ormai tutto incentrato nella produzione di prodotti e servizi capaci di trasferire emozioni che nascano da una storia e specificità ben definiti. Oggi più che mai sono maturi i tempi per far nascere socialmene, economicamente e giuridicamente una Nazione Sarda Federata capace di produrre governo e sviluppo autonomi.