Camillo Bellieni, una rivoluzione liberale ancora possibile

Vivere in Sardegna significa sentirsi parte vitale di una realtà originale, che ti fa sentire orgogliosamente diverso dagli altri, siano essi italiani, europei o extra europei. La lingua, la cultura, la Storia, la natura, la posizione geografica, il clima, ogni elemento pare esprimere un fiero senso di nazione che in quanto tale è pronto a contribuire al dialogo, al confronto ed alla crescita nel rapporto con le altre nazioni. Eppure sono tanti coloro che vivono la propria sardità come un limite o addirittura una vergogna, un perenne stato di inadeguatezza, di incomprensibile frustrazione, di ingiustificato senso di inferiorità.

Mi soggiunge un passo di Diego Asproni, ricordato questi giorni a Mario Carboni, che parla di assenza, assenza di Sardegna. “I sardi, nella storia vengono presentati sempre uguali: pastori, asserragliati sulle montagne, con il mare nemico, rozzi. I monumenti di pregio, è facile che siano attribuiti al lavoro dei vari conquistatori, sicuramente più evoluti, più capaci, forse perché “vincitori”. Anche quelle opere facilmente identificabili come sarde, si tende a dichiararle ideazione di artisti stranieri, con gli isolani nel ruolo di semplici esecutori, (vedi le statue di Monti Prama).
Tutto quello che viene dall’esterno è migliore di quello che è presente in Sardegna: persone, lingua, musica, scuola, economia, lavoro, visione del mondo, ecc. Ma soprattutto è una assenza a pesare costantemente e lentamente nel tempo, fino a marchiare il carattere e la personalità di molti di noi. L’assenza della Sardegna”. Queste riflessioni di Diego Asproni suonano molto crude, ma purtroppo rispondono alla dura realtà. L’assenza della Sardegna è io gioco culturale a cui sin da bambini siamo stati costretti ripudiandola.

Per quanto mi riguarda posso testimoniare, al pari della maggioranza dei miei conterranei, che tutta la mia storia scolastica, dalle elementari all’Università, è stata caratterizzata, a parte poche eccezioni, dall’assenza della Sardegna. Ma non mi sono perso d’animo e giunto alla piena maturità sto cercando in ogni modo di colmare le mie carenze ed i miei vuoti di conoscenza attraverso la lettura, che pian piano mi fa scoprire un pezzo in più di quel grande mosaico che sta rivelando il vero volto della nostra Terra. La tessera di mosaico di cui oggi sento la necessità di un approfondimento ha un nome ed un cognome: Camillo Bellieni. A darmi lo spunto per parlare di questa indispensabile risorsa per i sardi è, ancora una volta, ADRIANO BOMBOI, autore de “IL PENSIERO ECONOMICO DI CAMILLO BELLIENI, PADRE DEL SARDISMO” Quaderni Liberali di Sa Natzione – Volume I.

Scrive Adriano Bomboi: “Non molti in Sardegna ricordano Camillo Bellieni (1893-1975), fondatore e principale ideologo del sardismo, men che meno il suo pensiero economico, la cui rilettura odierna esprime l’incredibile attualità delle ricette che ancora oggi potrebbero risollevare l’isola dal’assistenzialismo su cui si è adagiata. Nel 1919 lancia una battaglia per il libero commercio che otterrà il plauso di Piero Gobetti, denuncia inoltre una ripresa delle politiche protezionistiche che già in precedenza avevano danneggiato la Regione evidenziando le contraddizioni tra il nord e il sud dell’Italia. Promuove innovazione tecnologica e sviluppo di processi industriali per la crescita del settore agricolo e accusa apertamente i partiti italiani, in particolare PSI, PCI, popolari e fascisti, di perseguire interessi diversi da quelli sardi, tra cui l’abuso della spesa pubblica per creare lavoro occasionale a fini elettoralistici. E da insospettabile precursore del thatcherismo attaccò persino il sostegno politico alle aziende improduttive. Tenace avversario della deriva socialista di Emilio Lussu, storico cofondatore del PSD’AZ, Bellieni si dimostrò insomma una delle menti più brillanti a disposizione deH’autonomismo sardo. Infatti, più avvezzo all’analisi che alla demagogia fine a se stessa, non mancò di sottolineare i maggiori limiti culturali del suo tempo. E in particolare le scelte politiche che all’epoca condizionavano negativamente la performance economica della Sardegna”.


Queste parole scritte d Adriano Bomboi ben sintetizzano il pensiero di Camillo Bellieni mettendone in evidenza la peculiarità e la sua capacità rivoluzionaria. Che il pensiero socialista e poi anche comunista sia sempre stato in conflitto con l’idea di autonomismo portata avanti dal sardismo ci sono pochi dubbi, specie se si parte dai concetti storici di centralismo democratico e pianificazione statale dell’economia, che abbisognano, per la loro piena esplicazione, di una struttura dello Stato il più accentrata possibile, cioè con nessuna concessione alle autonomie locali.

“Gli avvenimenti hanno dimostrato come l’indipendenza economica di un popolo sia condizione essenziale della sua indipendenza politica”, scriveva Camillo Bellieni.

La capitolazione del del socialismo reale con il disfacimento dell’URSS e l’accesso al libero mercato di paesi come la Cina hanno reso giustizia al pensiero di Bellieni, che ha sempre promosso modelli economici liberi in contrasto con quelli pianificati che avevano contribuito a portare povertà.

Nella sua visione da liberale verace Camillo Bellieni sosteneva inoltre che lo Stato non avrebbe mai dovuto a sostituirsi alle iniziative private in quanto “l’esperienza pratica dimostra che lo Stato non ha attitudini industriali e che la sua gestione diretta di imprese non giova all’erario né allo sviluppo delle imprese medesime”.

Per Adriano Bomboi queste sono “parole che potrebbero calzare benissimo nella Sardegna e nell’Italia del XXI° secolo, dove certa vulgata politica tende ad attribuire allo Stato divine capacità taumaturgiche che in realtà finiscono per sussidiare aziende improduttive, per pure ragioni di consenso politico e clientelare, tramite risorse estratte mediante il fisco alle aree virtuose del Paese. Si pensi alla situazione di aziende costantemente in bilico, come Alitalia o l’ex Alcoa”

Nell’anno 1919 Camillo Bellieni affermò deciso: “Intendiamo esplicare un’attiva campagna a favore della libertà di commercio, assolutamente necessaria al mezzogiorno e alle isole. Consumatori di manufatti, di macchine agricole, di trattori, di automobili, di materiale di ferro grezzo e lavorato, produttori ed esportatori di derrate agricole, di bestiame, di lana, di formaggi”.

Uno delle principali critiche alla libertà economica da parte della sinistra è sempre stata quella che vedrebbe l’economia privata quale mero strumento di creazione di disparità economica ed ingiustizia sociale. I numeri dicono altro. Nel 1990
tasso di povertà globale era al 35,5%. Nell’anno 2013 è sempre la Banca Mondiale ad indicare la sua netta discesa al 10,9%, un risultato figlio della più diffusa libertà economica nel mondo.

Non solo Camillo Bellieni era contro l’asfissiante pianificazione dell’economia da parte dello Stato, ma era anche contro ogni forma di protezionismo ed infatti riteneva fosse un danno ai consumatori ed ai produttori e del generale sistema economico. In quanto priva i primi dei necessari mezzi, a prezzi competitivi, con cui a loro volta potrebbero concorrere al gioco della produzione, come del resto accaduto alla fine del XIX° secolo, quando il protezionismo della sinistra storica al governo chiuse ai sardi i mercati con la Francia, in occasione della guerra doganale, causando il crollo della nascente imprenditoria locale e dei piccoli istituti di credito

Fu addirittura un intellettuale comunista, Antonio Gramsci, a riconoscere la correttezza di questa impostazione. Il 30 ottobre 1919 Bellieni chiese pubblicamente: “Libertà economica e doganale guidata da criteri tecnici, che favorisca soltanto le forze spontaneamente produttive del Paese e sia decisamente contraria ad ogni forma di parassitismo industriale”.

Nel dopo guerra molte di queste teorie troveranno applicazione in Europa. Sul punto Adriano Bomboi fa notare come “l’esempio maggiore in tal senso riguarda i governi di Margaret Thatcher nell’Inghilterra degli anni ’80, quando la “lady di ferro”, supportata da dei think tank di orientamento liberista, tagliò i sussidi alle aziende improduttive – contrariamente ai suoi predecessori laburisti – espellendole dal sistema economico, al fine di potenziare la produttività delle più virtuose. Fu uno dei diversi pilastri fondamentali con cui il thatcherismo ricostruì le fondamenta del Regno Unito dopo la lunga crisi in cui era piombato, in particolare quella degli anni Settanta, acuitasi dopo lo shock petrolifero e l’insussistenza delle politiche keynesiane attuate dai socialdemocratici”

“II pensiero di Bellieni” continua Adriano Bomboi “non fu neppure avvezzo a temere l’innovazione tecnologica come fattore di incremento della produttività, e, ben lungi da suggestioni neoluddiste, espresse in modo netto i caratteri di uno sviluppo del settore primario”.

Camillo Bellieni sosteneva che si dovesse “favorire lo sviluppo razionale dell’agricoltura in tutti i suoi rami, spingendola sulla via dell’industrializzazione, diffondendo la coltura intensiva, le applicazioni meccaniche e chimiche, la lotta antiparassitaria, estendendo il credito agrario e le intese internazionali”.

Bellieni denunciava apertamente il rialzo dei prezzi dovuto al protezionismo sostenuto anche dai ceti operai e socialisti, come grimaldello che relega i sardi a meri consumatori di ricchezza, sottraendoli alla capacità di produrla. Si tratta di una lettura inversa a quella che offriranno alcuni autori socialisti e comunisti, i quali, ignorando l’origine del problema, ossia l’interventismo pubblico, tenderanno ad attribuire invece erroneamente e genericamente al “capitalismo” le due velocità a cui l’Italia venne costretta ad uniformarsi. Per di più, come denunciava il sardista, acuendo il conflitto sociale tra lavoratori e imprenditori locali a causa della retorica della “lotta di classe”.

“La Sardegna ha bisogno di libertà. Libertà di scambi soprattutto – affermava Camillo Bellieni – ha bisogno di uscire dal pauroso isolamento in cui è precipitata da secoli, ha bisogno di commerciare non solo con l’Italia, ma con l’Africa, con la Francia, con la Germania, con la Spagna, con la Corsica. La Sardegna ha diritto di acquistare sul mercato più conveniente i manufatti prodotti dalla industria meccanica; ha diritto, valorizzando i propri prodotti, di crearsi una vita economica più intensa, che le permetterà di costruirsi le sue strade e le sue ferrovie, negatele sinora dal Governo. La Sardegna vuole liberarsi da questa soffocante oppressione di tutela statale, per fare da sé, per curare le sue piaghe da sé. Liberismo, autonomia, cooperazione. Sono questi gli elementi entro cui è compreso il problema sardo, che è anche sotto molti aspetti il problema de’Italia”.

Camillo Bellieni, osserva Adriano Bomboi, usa parole mirate e fondamentali, persino più avanzate di larga parte dell’autonomismo e dell’indipendentismo contemporanei. Perché? Perché l’ideologo sardista non si abbandona ad irresponsabili suggestioni rivendicazionistiche. Non pretende sussidi dall’Italia, né restituzione di antichi saccheggi. Pretende libertà di manovra per costruire autonomamente le condizioni con cui produrre ricchezza, la quale consentirà poi al popolo sardo di porre in essere le infrastrutture mai realizzate dal centralismo statale.

Il 22 marzo 1922, Bellieni definisce il PSD’AZ “antesignano della lotta liberista antiburocratica”.

Nel novembre dello stesso anno affermò la necessità della “lotta contro la concessione di lavori pubblici a scopi demagogici”. Mai avrebbe immaginato, afferma Adriano Bomboi, che vari futuri sardisti, financo tutti i partiti italiani, avrebbero continuato persino nel XXI° secolo ad abusare di pratiche clientelari dannose per l’economia. Pratiche utilizzate per ragioni elettoralistiche, rendendo l’isola un prototipo perfetto per le argomentazioni utilizzate dalla “Teoria della scelta pubblica” di un Nobel del calibro di James M. Buchanan 3 . Nella rivista “La Critica Politica” del 24 aprile 1924, Bellieni pronuncerà il suo ultimo grido di libertà contro un governo che a breve avrebbe consolidato la dittatura fascista: “L’autorità dello Stato non può essere sorretta dalla forza brutale […] senza ingombranti burocrazie, senza esasperanti balzelli, senza impacci all’attività individuale. […] Ogni imposizione dall’alto appare come arbitrio. Per questa rivoluzione liberale e libertaria lavora il Partito Sardo d’Azione senza incertezze, senza scoraggiamenti, con sicura fiducia nell’avvenire”.