Il servilismo linguistico dei sardi

E’ stato davvero difficile fare un titolo di sintesi di questo mio articolo senza sentire un disagio che di fatto è paragonabile ad un pugno nello stomaco, ma il titolo purtroppo è ciò che maggiormente corrisponde a quanto si deduce dai miei personali ragionamenti. La mia ordinaria formazione culturale è di tipo giuridico, ma non dimentico e rinnego né le mie giovanili passioni per la storia moderna e risorgimentale né quelle liceali per il periodo romantico e se non sono affatto né linguista né filologo, rivendico semplicemente di avere una sensibilità per questi argomenti e soprattutto sento il dovere morale di occuparmene come sardo, convinto che su ogni argomento ci debbano essere due livelli distinti, ma entrambi indispensabili, di confronto: uno di tipo accademico, sul quale lascio umilmente spazio; un’altro di tipo politico, sul quale invece rivendico libertà i pensiero. Sgombrato il campo dal problema dei titoli (che in Italia pare divenuto il vacuo e strumentale campo di confronto) passo brutalmente e sinteticamente a rappresentare il mio soggettivo pensiero sulla questione secolare della lingua sarda e della sua sopravvivenza.

Con lo scorrere della mia vita ho sentito sempre più forte il desiderio di evolvere le mie competenze linguistiche generali migliorando l’uso della lingua italiana ed apprendendo un uso più disinvolto delle lingue straniere. In questa mia continua rincorsa verso la comprensione del mondo che mi circonda ho capito sempre più che le parole ed il loro etimo (origine) ed anche la loro evoluzione grafica e fonica sono uno straordinaria fonte di informazioni di grande valenza storica. Una ventina di anni fa contribuì ad aprirmi gli occhi la lettura di un sorprendente libro dello scomparso artista macomerese Mario Ligia, personaggio di cultura profondamente classica, dal titolo “La Lingua dei Sardi”, piacevolissimo lavoro che si proponeva di dimostrare che le origini della lingua sarda sono da ricercare nell’ambito della lingua greca antica. La lettura non è stata facile a causa della mia totale mancanza di confidenza con il greco, ma mi hanno soccorso curiosità e i vecchi rudimenti acquisiti nello studio della lingua latina e italiana, assieme, ovviamente, a quella che io ritenevo fosse la mia sufficiente conoscenza della lingua sarda. E qua arriviamo al pugno nello stomaco.

La mia passione per la storia, che nei primi anni era tutta protesa vero quella risorgimentale, è divenuta poi passione per la storia sarda e poi, di riflesso (alla faccia di chi pensa alla storia sarda come la storia di un luogo isolato dal resto del mondo), per la storia europea, ma il crescere della passione ha denunciato impietosamente tutte le mie gravi ed imperdonabili carenze linguistiche nella conoscenza della nostra lingua di origine, il sardo appunto. Me ne sono chiesto le ragioni usando un metodo di indagine poco rigoroso, (un intervista a molti delle generazioni precedenti alla mia) ma dai risultati molto significativi derivanti dall’univocità delle risposte.

Dalle interviste è emerso chiaramente, per unanime ammissione, che molti sardi si vergognavano di parlare in sardo e hanno privato i figli di questo enorme bagaglio linguistico parlando loro esclusivamente in italiano nella convinzione di sollevarli da una presunta inferiorità culturale rispetto alla lingua italiana, imposta per legge e per principio dallo Stato con involontaria complicità di tutta la burocrazia sarda, con in testa la scuola di ogni ordine e grado, pronta ad accogliere per decenni testi scolastici che cancellavano la storia sarda manipolandola con errori e soprattutto gravi omissioni. Tutto questo, a mio parere, può avere solo un nome: servilismo.

Negli ultimi 50 anni siamo riusciti con le nostre stesse mani a fare quello che non erano riusciti a fare i Romani, i Bizantini, i Vandali, gli Spagnoli: avviare la nostra lingua e la nostra cultura verso una molto probabile estinzione.